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Tutti assolti perchè il fatto non sussiste. Questo il triste epilogo consumatosi venerdì 15 luglio, in un tardo pomeriggio di mezza estate, presso il Tribunale di Cassino. Per i giudici non c’erano elementi sufficienti per condannare i cinque imputati, finiti nel registro degli indagati qualche anno fa per la barbara uccisione di Serena Mollicone, la studentessa diciottenne di Arce rinvenuta cadavere il 3 giugno 2001 a Fontecupa, nei pressi della località Anitrella. Una sentenza destinata a far discutere a lungo, almeno fino al secondo grado di giudizio che potrebbe ribaltare (condizionale più che mai d’obbligo…) il verdetto scaturito venerdì scorso. Una vicenda dai contorni oscuri, che ha visto per anni il papà della povera Serena, Guglielmo, battersi come un leone per la ricerca della verità prima che il suo cuore lo tradisse definitivamente nel maggio 2020.

Chissà che cosa avrebbe pensato l’ex insegnante di Arce dopo la lettura della sentenza, come avrebbe reagito dopo aver ascoltato quelle scarne parole pronunciate dai giudici dopo otto ore di camera di consiglio in coda a una giornata difficile non solo dal punto di vista metereologico. Niente da fare, 21 anni non sono bastati per restituire giustizia a una famiglia dignitosa, a papà Guglielmo, alla sorella Consuelo, allo zio Antonio, alla cugina Gaia, ma anche a Maria Tuzi, la figlia del brigadiere di Sora allora in servizio presso la caserma di Arce, suicidatosi nel marzo del 2008 perchè a conoscenza di verità clamorose e scomode, che avrebbero irrimediabilmente compromesso l’immagine dell’Arma. Una morte strana, che a distanza di anni fa ancora molto rumore e che rappresenta forse lo snodo cruciale della triste vicenda, assurta ormai al cold case italiano per antonomasia, insieme ai vari Cogne, mostro di Firenze e via Poma.

Anni di depistaggi, di “non so e non ricordo”, hanno scandito le tappe di un caso che costituisce un vulnus troppo grande non solo per il nostro territorio ma per l’intera Nazione. Una giovane ragazza strappata brutalmente alla vita nel fiore dei suoi anni, forse entrata in caserma, tramortita, impacchettata e gettata come spazzatura in un boschetto non lontano da casa. Tutto questo dopo aver sbattuto violentemente il capo contro una porta al termine di una colluttazione. Cinque lustri sono passati da quei tristi fatti, da allora si è alzato un muro di omertà che non ha consentito di fare luce sulla vicenda i cui riflettori si sono riaccesi qualche anno dopo grazie alla caparbietà di papà Guglielmo che ha voluto fortemente che il caso fosse riaperto, affinchè l’assassino di sua figlia avesse un nome e un volto. Il processo, lungo e difficile, si è alla fine celebrato ma la povera Serena, purtroppo, non ha avuto giustizia. La merita papà Guglielmo,la invochiamo tutti. Perchè Serena non si è uccisa da sola.

Libero Marino