Quel “Campioni del Mondo” urlato tre volte urbi et orbi dalla voce stentorea ed emozionata del grande Nando Martellini mi ha sempre accompagnato in questi lunghi 43 anni. Tanti ne sono passati dal terzo successo mondiale, quello firmato dal redivivo Paolo Rossi e dalle tante altre stelle di quello storico mondiale spagnolo. Il cielo di Madrid, in quella memorabile notte del 11 luglio 1982, si tinse per sempre dei colori azzurri mandando in visibilio un intero paese che riscoprì d’incanto l’ebbrezza della felicità dopo un periodo buio e difficile. Il nostro Stivale era reduce dagli Anni di piombo, il clima che si respirava era di terrore e paura, i morti a destra e sinistra erano all’ordine del giorno. Il trionfo azzurro riscattava di colpo le brutture di un Paese che trovava così nel football un’ancora di salvezza, un porto finalmente sicuro. Gli azzurri – in quell’estate ormai lontana ma ancora ben scolpita nei miei ricordi – avevano fatto fatica nella prima fase collezionando solo tre miseri pareggi. Figli di prestazioni opache, non in linea con il lignaggio della nostra Nazionale, che appena quattro anni prima, in Argentina, aveva incantato e affascinato. La critica, spietata e feroce, aveva crocifisso Enzo Bearzot, reo di alcune scelte discutibili e impopolari.

La più clamorosa, quella di aver preferito Paolo Rossi, reduce da un lungo periodo di inattività – retaggio del calcio-scommesse – al bomber giallorosso Roberto Pruzzo, laureatosi capocannoniere poco prima che la truppa azzurra partisse per la Spagna. “Non si regge in piedi”, “è uno scandalo”, i commenti più generosi di certa critica all’indirizzo dell’attaccante di Prato. Che smentì clamorosamente tutti proprio nel momento topico di quel Mondiale, sbloccandosi prima con la roboante tripletta al Magno Brasile, la cruna dell’ago di quel Mondiale, per poi infierire sulla Polonia (doppietta), prima del sigillo contro la Germania, quello che dava il “la” a una delle più indimenticabili notti azzurre. Alla fine, così, ebbe ragione il “Vecio”, friulano come Dino Zoff, il portierone azzurro che, a 40 anni suonati, sollevò per primo, da capitano, la Coppa del Mondo sotto il cielo di Madrid accanto a un Sandro Pertini ebbro di gioia. Zoff grande protagonista con il prodigioso intervento sul velenoso colpo di testa di Oscar Bernardi, nei palpitanti minuti finali della sfida contro i verdeoro.

Chi scrive ricorda bene quel Mondiale, il secondo della sua vita. Ma quello del 1982 era il primo da spettatore vero, una sorta di epifania calcistica. Era una Italia profondamente diversa e il mio paese, Aquino, non faceva eccezione. La vecchia piazza San Tommaso, con la celebre fontana circolare, ospitava (come, del resto, oggi) numerosi bar, teatro delle gare degli azzurri proiettate dai rispettivi televisori. “Carmela”, “Gargano”, “Spadone” e “Caporale” erano le roccaforti del tifo azzurro, tra una partita a briscola e l’immancabile birra ghiacciata. Poi venne il giorno, la finale, e il popolo aquinate fece come il resto d’Italia, lasciandosi andare alla gioia più pazza e sfrenata. Auto e tricolori ovunque a rivendicare con orgoglio, per le strade, la vittoria dei campionati mondiali che mancava dal lontano 1938. Un urlo rimasto strozzato in gola che finalmente poteva essere sprigionato. Ricordo paradossalmente meglio il 1982 che il 2006, l’anno del quarto titolo targato Lippi. Le scaramanzie della vulcanica e tifosissima signora Adelina, che abitava in fondo alla lunga e centrale via della Libertà, l’aereo di Mario Mattia che sorvolava il cielo aquinate dipinto di tricolore, il funerale inscenato nel post gara con la bara dei tedeschi che fece il giro del Paese. E poi le scritte con la vernice bianca a via Roma, molte delle quali inneggianti a Zoff e Bearzot, gli eroi eponimi del Mondiale più bello della nostra vita.