Domenica mattina, agosto, caldo afoso. Il tempo di “dribblare” velocemente gli infuocati banchi del mercato settimanale che sono a casa di Carmine Miele. Il dottore aquinate mi aspetta nel suo grazioso villino in centro, non lontano dalla storica attività di famiglia di piazza San Tommaso. Dopo i saluti di rito mi fa accomodare in sala, nel suo ampio ed elegante ufficio, le cui pareti sono tappezzate di lauree, attestati prestigiosi, premi vari (a colpirmi, tra i tanti, un Premio San Tommaso del 1971) e riconoscimenti importanti.

Quelle mura, silenziose solo in apparenza, in realtà raccontano molto di lui, la dicono lunga sullo spessore di questo aquinate doc che ha girato l’Italia per un lavoro delicato quanto prestigioso: professione che ha svolto con dedizione e amore, sempre ligio ai doveri istituzionali. Da alcuni anni ha eletto l’abitazione aquinate di via Bonanni a suo rifugio. Dove continua a lavorare come avvocato esperto di diritto del lavoro e diritto amministrativo dopo una lunga militanza tra le file della Polizia di Stato.

Il dottor Miele è un fiume in piena, scalpita dalla voglia di raccontarmi – con dovizia di particolari – il suo invidiabile percorso. L’eloquio torrentizio conosce poche pause durante la nostra lunga e bella chiacchierata che abbraccia oltre mezzo secolo di storia italiana. Aquino, nei suoi racconti, fa sempre capolino. La cittadina di San Tommaso e Giovenale, del resto, gli diede i natali nel 1952. Il secondogenito di papà Mario (figlio di Pietro, maestro nella lavorazione del ferro) e mamma Angelina si racconta in un’intervista inedita rivendicando con orgoglio le sue radici.

 

Partiamo dagli inizi…

“Era la fine degli anni Sessanta. Aquino viveva un grande fermento culturale, si avvicinavano le celebrazioni relative al settimo centenario della morte di San Tommaso. Ero giovanissimo quando iniziai a collaborare con la storica rivista la Voce di Aquino, fondata nel 1969, che annoverava aquinati doc del calibro di Ernesto Pellecchia, Giovanni D’Orefice, Costantino Jadecola, Giuseppe Murro e Don Battista Colafrancesco, il deus ex machina di quella bellissima iniziativa. Quella collaborazione fu per me un grande privilegio, una palestra culturale importante, destinata a incidere in modo decisivo sulla mia formazione”.

Don Battista…

“Personaggio straordinario, mi voleva un bene dell’anima. Rappresentava, per noi giovani, un punto di riferimento saldo e indiscutibile, era un uomo dotato di grande carisma. Ogni volta che inviavo gli articoli alla “Voce”, ero terrorizzato dall’idea che potesse correggere qualcosa di quello che avevo scritto. Allora ero un liceale di belle speranze”.

Prima tappa significativa: liceo classico “G. Carducci” di Cassino…

“Esattamente. Tutto iniziò su quei gloriosi banchi. Ho sempre nutrito un debole per le materie umanistiche. Mi diplomai col massimo dei voti con un tema sul romanticismo. La mia maturità fu talmente brillante che il preside arpinate Ugo Quadrini, allora presidente di Commissione (che qualche anno più tardi avrebbe fondato il celebre Certamen Arpinas dedicato a Cicerone), si offrì, subito dopo gli esami, di accompagnarmi con la sua 1500 bianca ad Aquino, dove incontrò i miei genitori suggerendo loro di farmi studiare lettere antiche all’università, ma le mie velleità erano altre…”

Mi spieghi…

“Archiviata la maturità, cercavo una sistemazione che non gravasse sulla famiglia e mi consentisse anche di studiare. Mi guardai intorno, non avevo possibilità di raccomandazioni di sorta, figlio, com’ero, di persone umili. In quell’estate (1971), un elicottero sorvolava il cielo di Aquino. Era pilotato dal comandante dell’aeroporto di Frosinone, il colonnello Bianchini, che aveva un’amicizia con un aquinate che viveva dalle parti di San Pietro Vetere. Lo conobbi, nacque subito una simpatia reciproca, e gli accennai che mi piaceva molto la carriera di pilota e, di lì a poco, partecipai al concorso in Areonautica. Nel frattempo, io e l’amico Camillo Marino iniziammo a frequentare la facoltà di giurisprudenza alla “Sapienza” di Roma. Se avessi dato due esami entro il giugno di quell’anno, avrei ottenuto un pre-salario di cinquecento mila lire, una prospettiva che mi attirava non poco, all’epoca erano tanti soldi. Riuscii a dare entrambi gli esami, Filosofia del Diritto con il sommo Sergio Cotta, e Istituzioni di Diritto Romano con un altro insigne giurista come il professor Volterra, che sarebbe poi diventato anche Presidente della Corte Costituzionale. Ma la breve parentesi capitolina fu segnata da un incontro straordinario quanto inimmaginabile…”

Mi dica pure…

“Con Camillo avevamo preso a seguire le lezioni alla “Sapienza”, quell’ateneo ci entusiasmava. Un giorno notammo, presso la vicina facoltà di scienze politiche, un capannello di persone. Mi avvicinai e, tra la folla, scorsi l’inconfondibile sagoma di Aldo Moro, allora professore ordinario di istituzione di diritto e procedura penale e ministro degli Esteri. Rimasi subito colpito dalla sua affabilità, era sempre disponibile a parlare con noi giovani, e un giorno riuscii finalmente a scambiare due battute con lui. Si incuriosì molto delle miei origini aquinati, parlammo di tutto, dalla mia collaborazione alla Voce di Aquino al compromesso storico e alla Guerra fredda, fino alle nascenti Brigate Rosse. Qualche giorno dopo gli feci dono di alcune copie della rivista aquinate e, nel ringraziarmi, mi promise che sarebbe venuto volentieri al Premio San Tommaso che io avevo vinto pochi mesi prima. Mi disse che era solito frequentare il mare di Terracina, gli risposi che una volta, mentre ero con il compianto aquinate Germano Ricci, lo vidi mentre passeggiava sulla spiaggia della località pontina. Ma l’incredibile stava per accadere”…

Continui pure…

“Un giorno ci trattenemmo fino al tardo pomeriggio, sulla Capitale pioveva a dirotto, ero solo, l’amico Camillo non c’era. Guardai l’orologio e mi resi conto di aver perso l’ultimo treno utile per il mio rientro ad Aquino. Resosi conto della mia difficoltà, il professor Moro si adoperò subito per togliermi d’impaccio. Chiamò il suo assistente Bernardino Alimena e, poco dopo, arrivò sotto la facoltà la tristemente nota Fiat 130 condotta dal suo capo-scorta, il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi con a bordo un altro suo collega e lo stesso Alimena. Prima di partire per Aquino, emozionatissimo, riuscii ad avvisare mia madre, che confezionò una cena ricca con pollo al forno (la sua specialità), mozzarelle di bufala e altre prelibatezze casarecce. I tre rientrarono molto soddisfatti a Roma e, qualche settimana più tardi, arrivò la tanto attesa notizia: avevo vinto il concorso di pilota in Aeronautica”!

 

La sua carriera era a una svolta…

“Nell’aprile del 1972 partii così per Pozzuoli, dove rimasi sette mesi prima di una breve parentesi a Galatina, vicino a Lecce. Passai subito a pilotare i jet militari. Fu l’anticamera del mio ingresso all’Accademia di Polizia di Roma, in via Guido Reni, zona Flaminio. Superai brillantemente gli esami entrando subito nelle grazie dell’allora capo della Polizia, il generale Quartuccio, un siciliano d’altri tempi, anche lui pilota, che mi diede dei consigli preziosissimi. In Polizia bruciai le tappe, diventando capitano a meno di 24 anni: fu una grandissima soddisfazione, lì trascorsi quattro anni indimenticabili della mia vita, finalmente mi pagavano, ero un ufficiale di inquadramento e mi trovai a istruire, qualche tempo dopo, anche mio fratello Tommaso. Un’Accademia nel destino: anni dopo vi sarei tornato a insegnare diritto di polizia: tra i miei allievi, anche il prefetto di Roma Lamberto Giannini e il capo della Polizia Vincenzo Pisani”.

Dopo i quattro anni romani che cosa accadde?

“Mi mandarono al Nord, a Torino. Io avevo scelto Roma, Caserta e Firenze, pertanto non gradii molto la destinazione nel capoluogo piemontese. Dove rimasi per tre anni e mi laureai in giurisprudenza col massimo dei voti e – successivamente – ottenni anche due specializzazioni triennali in diritto amministrativo e sindacale. Poco dopo sarebbe giunta anche la laurea in scienze politiche. Durante la mia permanenza torinese mi aiutò molto il comandante veronese Guardini, un ex partigiano, che mi trattò alla stregua di un padre. Mi mise a disposizione un appartamento confortevole all’interno della caserma, mi persuase a restare ma, nonostante la mia giovane età, ero già una figura a rischio: presto finii nel mirino di Prima Linea, l’organizzazione armata terroristica di estrema sinistra capeggiata da Marco, il figlio di Donat Cattin, il famoso comandante “Alberto”. Fui quindi costretto a trasferirmi a Teramo, dove da poco si era stabilito mio cognato Gianfranco”.

Quanto è durata la sua esperienza in Polizia?

“Una ventina d’anni. Andai via nel 1993, ero ormai vicinissimo alla nomina a prefetto ma si registrarono delle forti divergenze con alcuni alti dirigenti del Ministero dell’Interno. Molte cose in quell’ambito erano cambiate in seguito all’introduzione della famosa legge 301.1984 che ridisegnava la dirigenza dello Stato. In quel periodo conobbi anche il capo della Polizia Vincenzo Parisi che mi stimava molto al punto da affidarmi alcune operazioni delicate al Sud, a Reggio Calabria prima (dove rischiai l’incolumità), e a Napoli dopo. Ma quell’ambiente era profondamente cambiato, sentivo puzza di bruciato, preferii andarmene, è stata la mia fortuna…”

E poi?

“Dopo la lunga esperienza in Polizia arrivarono tanti incarichi prestigiosi. Fu, la mia, un’uscita di scena indolore che mi spalancò grosse prospettive professionali. Mentre insegnavo diritto amministrativo presso la facoltà di scienze politiche di Teramo – dove conobbi il celebre costituzionalista Sabino Cassese – fui nominato amministratore straordinario della Asl della vicina Giulianova, una realtà importante in ambito sanitario che, nel giro di appena un lustro, trasformai in fiore all’occhiello di tutto il Centro – Sud. Al punto che anche il Sole 24 Ore ci additò come esempio virtuoso: fu un’altra parentesi esaltante della mia carriera”.

Poi proseguita con la libera professione…

“Sì, faccio l’avvocato con la passione di sempre. Il mio ambito è il diritto civile e amministrativo e mi occupo anche di corte dei Conti. Ormai sono 35 anni che esercito, senza non saprei stare, è la mia vita”.

Oltre a questo, che cosa le sarebbe piaciuto fare?

“Il professore di latino e greco”.

Lungo il suo notevole percorso, immagino, ha avuto modo di incrociare anche grosse personalità…

“Senza dubbio. Ne ho incontrate diverse. Su tutti, Alberto Dalla Chiesa e Gianni Agnelli. Li conobbi durante la mia parentesi torinese. Due persone straordinarie. Dopo il suo brutale assassinio resi omaggio al generale dedicandogli uno dei miei primi libri: Il sistema di misure di prevenzione. Erano gli anni caldi del terrorismo, gestivo, giovanissimo, l’ordine pubblico negli stadi italiani. Avevano appena assassinato un grosso dirigente della Fiat e l’Avvocato pensò al sottoscritto per la sua sostituzione. Un giorno Dalla Chiesa – che all’epoca comandava la Legione Piemonte – mi invitò a pranzo proprio con Agnelli alla caserma Cernaia. Ne parlammo a lungo, ero lusingatissimo, ma se avessi accettato quell’incarico, avrei lavorato molto lontano dall’Italia. Ne discussi anche con mia moglie, presi del tempo, ma alla fine declinai. L’Avvocato era sempre gentile con me: un giorno mi fece anche dono di alcuni pensieri che ancora conservo”.

Il suo lavoro l’ha portata fatalmente a girare tanto: qual è la città che l’è rimasta nel cuore?

“Verona. La città scaligera evoca bei ricordi. Mi riferisco alla liberazione del generale statunitense James Dozier, rapito dalle Brigate Rosse, e poi liberato dai NOCS. In quella delicata operazione (1982) fu decisivo anche il mio reparto di Nettuno. Un’altra cosa di cui sono particolarmente orgoglioso”.

Ha rimpianti?

“Due. Il primo, quello di non aver seguito adeguatamente, a causa dei miei numerosi impegni, i percorsi scolastici dei miei figli. Il secondo, non aver ultimato due miei romanzi e un libro di poesie. Per scrivere bisogna avere la mente sgombra, spero di colmare la lacuna il prima possibile”.

Tempo fa il suo nome fu anche accostato alla cosa pubblica aquinate: le piace ancora la politica?

“Sono assolutamente incompatibile con la politica, per come è concepita oggi. E’ ormai diventata un disvalore. Non voglio apparire il solito qualunquista, ma ritengo che quella di adesso non sia una democrazia ma la peggiore delle oligarchie. Qualche anno fa, è vero, mi proposero la candidatura a sindaco di Aquino, dove ero da poco tornato. Avrei messo a disposizione la mia esperienza amministrativa a beneficio dei miei concittadini ma non mi lasciarono fare come volevo. In una delle prime riunioni avvertii uno strano senso di inadeguatezza, e così lasciai perdere”…

Tra le sue diverse pubblicazioni anche un lavoro sullo sport: quali discipline segue?

“Da giovane ho giocato per alcuni anni con l’Aquino calcio. Erano i tempi del grande Mario Bianchi, un’esperienza breve di cui conservo bei ricordi. Poi a Roma, in Accademia di Polizia, ho avuto l’onore di giocare a pallavolo con le Fiamme Oro”.

Come trascorre il suo tempo libero?

“A casa mi sono ricavato un angolo riservato al cinema e alla musica. Le note dell’inarrivabile Giuseppe Verdi mi rilassano e mi aiutano a scacciare la malinconia”.

Libero Marino