“Che grande giocatore, Guido Veglia, per i mezzi che aveva poteva arrivare molto più lontano”. Parole di Salvatore Garritano, celebre attaccante del Torino scudettato stagione 1975/1976. L’ex bomber granata disse così – alcuni anni fa – a un tizio di Aquino che incontrò casualmente a Pescara. Aveva condiviso con Guido la parentesi di Sorrento, verso il crepuscolo della sua straordinaria carriera. Un attestato di stima inequivocabile, che la dice lunga sulla cifra del Guido Veglia calciatore. Figlio di Aquino, icona di un calcio antico e fascinoso, Guido ha girato l’Italia pallonara mietendo successi a suon di gol. Chioma fluente, fisico possente, Veglia rappresentava uno spauracchio per le difese avversarie.
Gli piaceva partire da centrocampo, dove spaziava con intelligente disinvoltura, fino ad arrivare a minacciare le aeree avversarie con i suoi repentini inserimenti. Cresciuto a pane e football, di gol ne ha fatti tanti facendo le fortune dei diversi club con cui ha lavorato. Quasi tre lustri tra i professionisti con le maglie di Sora, Olbia, Isernia, Afragolese, Sorrento e Gladiator: queste le squadre che hanno scandito il suo bel percorso.
Lo intervisto un sabato mattina dal sapore quasi primaverile al bar “La Fontana”, l’ultimo baluardo delle sue “Crucela” – dove è nato nel 1958 – contrada cui è molto legato. Siamo in clima Palio, Aquino è pronta a scrivere un altro bel capitolo di storia. Come fece lui, negli anni Ottanta, su quel rettangolo verde per il quale, oggi, nutre un sentimento di odio e amore.
Come nasce il Guido Veglia calciatore?
“Era la fine degli anni Settanta, giocavo con l’Aquino di Edmondo Fantaccione e del grande presidente Pompeo Ricci. Ricordo con affetto anche gli instancabili Francesco Pellegrini e Loreto Capuano. Una bella squadra che annoverava tanti giocatori di belle speranze come Nicola Mazzaroppi, Giannino Scappaticci, Tommaso Del Duca e altri. Vincemmo il campionato di terza Categoria nella gara palpitante contro il Castelforte. Che ricordi”…
E poi?
“L’amico aquinate Marcello Carcione mi segnalò a Fabio Salvatici, che all’epoca faceva l’osservatore nelle giovanili del Sora. Il club in riva al Liri mi voleva, ci incontrammo in un locale di Piedimonte con l’allenatore Claudio Di Pucchio e il presidente Fiorini. Il Sora era disposto a offrire 9 milioni, il presidente Ricci gongolava, all’epoca erano tanti soldi. Ma io avevo appena ricevuto la cartolina per partire militare ad Albenga, in Liguria, e la cosa si complicò”…
Che cosa accadde?
“L’affare si concretizzò qualche settimana dopo. Grazie ai buoni uffici del sodalizio sorano, riuscii a essere trasferito da Albenga a Sulmona. Il Sora si allenava a Pescasseroli, e – poco dopo – raggiunsi la squadra bianconera in ritiro. Quando iniziò il campionato di serie D, da Sulmona passai definitivamente alla caserma di Sora. Fu una bella stagione, nonostante il mio impiego col contagocce, prima di essere ceduto in prestito a Olbia”.
Come andò in Sardegna?
“Dell’isola conservo ricordi bellissimi. Fu una stagione importante condita da 12 gol. Con la maglia dell’Olbia disputai anche un’amichevole di lusso contro il Cagliari allo stadio “Sant’Elia”. Segnai e il club rossoblù, che allora militava nella massima serie, iniziò a corteggiarmi. Il mio cartellino era di proprietà del Sora, i cui dirigenti si incontrarono con quelli di Olbia e Cagliari all’Hotel Cesari, nei pressi del casello autostradale di Frosinone. Ne scrisse anche il “Corriere dello Sport”. Il Cagliari voleva acquistarmi direttamente dall’Olbia, il Sora non voleva saperne, così l’affare saltò e io finii all’Isernia”.
Raccontami…
“In Molise ritrovai Di Pucchio. L’allenatore sorano e il grande presidente campano Pontarelli mi volevano a tutti i costi. Io non ero tanto entusiasta, vennero ad Aquino un paio di volte per cercare di convincermi. Alla fine accettai, con me finirono in Molise i sorani Giustini, Lombardozzi, Zappacosta (papà di Davide, l’attuale centrocampista dell’Atalanta) e i pontecorvesi Ripa e Umani. Fu un’altra bella avventura culminata nella promozione in C. Diedi come sempre il mio contributo in una piazza che traboccava di entusiasmo. Ma fu, ancora una volta, un’esperienza breve: l’anno dopo passai all’Afragolese”.
Dove avresti conosciuto il tuo futuro suocero…
“Sì, l’imprenditore locale Palladino. Ad Afragola realizzai 17 gol nella prima stagione. Fu la mia consacrazione calcistica. Reti importanti che consentirono alla squadra campana di essere promossa in C. Anni dopo invece, verso la fine della mia carriera, grazie anche alle mie reti, l’Afragolese si salvò. E’ una squadra che porto nel cuore, lì ci sono ancora i miei affetti, ho anche fatto l’allenatore – giocatore per un breve periodo. Successivamente fui venduto al Gladiator, società di Santa Maria Capua Vetere” .
Altre esperienze esaltanti?
“Con la maglia del Sorrento, in C1, verso la metà degli anni Ottanta. Ebbi la fortuna di trovare il brasiliano Canè, ex giocatore del Napoli, grande persona e fine intenditore di calcio. Mi affidò anche la fascia di capitano. Lì conobbi anche tanti bravi colleghi come Salvatore Garritano. E poi la convocazione in Nazionale Dilettanti”…
Dimmi pure…
“Un’esperienza incredibile. I tanti gol realizzati con la maglia dell’Afragolese non passarono inosservati. Io ero l’unico rappresentante di tutto il Centro – Sud. Ci portarono in ritiro allo stadio Flaminio. Girai praticamente il mondo: Giordania, Svizzera e India, dove perdemmo la finale contro la Germania in uno stadio da brividi con quasi centomila spettatori. Mi sono misurato con atleti straordinari, ho visitato posti incredibili, sicuramente il momento più bello della mia carriera. Poi ho affrontato il sommo Maradona durante un’amichevole contro il Napoli al vecchio stadio “San Paolo”: Diego, il più forte di tutti ”.
Hai avuto tanti allenatori: i più bravi?
“Su tutti Zeman. Feci la preparazione con lui a Foggia nell’estate del 1986: già allora il boemo adottava metodi di allenamento severissimi. Non era ancora famoso come oggi, ma non avevo dubbi che sarebbe diventato un grande tecnico. Competente come pochi, ha portato una nuova filosofia nel calcio lanciando tanti talenti come Signori, Totti e Immobile. Zeman non ha “sfondato” definitivamente perchè non era allineato al sistema. La persona più genuina che ho conosciuto in un mondo non sempre cristallino. Poi il già citato Canè. Un altro che stimavo era Claudio Di Pucchio, non eravamo d’accordo su alcune cose, ma capiva molto di calcio”.
I gol che porti nel cuore?
“Ne ho fatti tanti. Penso alla girata di testa alla “Favorita” contro il Palermo (stagione 1985-1986) con la maglia del Sorrento. Espugnammo l’ostile campo siciliano grazie alla mia rete, fu una bella soddisfazione. Quello più importante, invece, lo realizzai con la maglia dell’Afragolese nel catino di Crotone. Una gara-spareggio che risolsi con un’azione personale. Un gol alla “Veglia”: partii da centrocampo, elusi l’intervento di due avversari e mi presentai al cospetto dell’estremo difensore calabrese beffandolo con un tocco di giustezza”.
Un ricordo brutto?
“L’infortunio sul campo di Reggio Calabria, durante Reggina – Afragolese. Colpa dell’arcigno difensore Di Giovanni (ex Genoa), reo di un bruttissimo fallo nei miei confronti. Feci una settimana in ospedale. L’anno dopo, ironia della sorte, divenne mio compagno di squadra a Sorrento”.
Un aneddoto curioso?
“Un pomeriggio, a Roma, con il mio idolo Claudio Baglioni. La mia fidanzata dell’epoca conosceva l’entourage del cantautore romano. Mi portarono in centro dove Baglioni presentava il suo nuovo album, il celebre e fortunatissimo “La vita è adesso”. Con me c’era anche l’amico aquinate Franco Tomassi. Ricordi bellissimi”.
Che cosa pensi del calcio di oggi?
“Le cose sono cambiate molto rispetto a quarant’anni fa. All’epoca il nostro mondo era più genuino, i soldi giravano, ma non le cifre da capogiro che si sentono oggi. Poi l’avvento delle televisioni ha fatto il resto. Credo che tutti debbano fare un passo indietro per restituire al pallone la giusta dimensione. Il calcio resta lo sport più seguito, è vero, ma se si continua così il giocattolo rischia di rompersi irrimediabilmente. Io in questi anni l’ho vissuto con un certo distacco, ma non credo di essere l’unico. Spero che la situazione cambi, la ricetta più giusta sarebbe quella di rivalutare i nostri vivai limitando gli ingressi stranieri. Ma il calcio per me è ancora una droga, non posso farne a meno, nonostante tutto.”
Hai rimpianti?
“No. Sono contento del percorso che ho fatto. Potevo arrivare più lontano, è vero, ma “sfondare”, ai miei tempi, non era facile. Ho sempre camminato da solo. L’unico cruccio, quello di essere uscito tardi da Aquino. Fossi partito prima, chissà”…
Ad Aquino, recentemente, hai inaugurato una scuola calcio…
“Sì, è un bel progetto che porto avanti con l’amico Riccardo Catini. Ci muoviamo tra tante difficoltà, mancano le strutture, non è facile”…
A proposito di Aquino, il Palio incombe: chi vincerà l’ottava edizione?
“Difficile fare pronostici. Dico le solite note come Crucela, Valli e San Marco, ma occhio alla Piazza: potrebbe essere l’anno suo”.
Libero Marino
