Una vita che sembra essere uscita da un romanzo. Si intitola “Il destino di un bomber” (editore 66thand2nd, 2025) il libro scritto a quattro mani con Giuseppe Sansonna. E’ la storia incredibile di Andrea Carnevale, ex bomber di Napoli e Roma. Il destino lo ha messo a dura prova fin da bambino quando è diventato orfano. La doppia tragedia familiare avrebbe potuto tramortire chiunque. Non Andrea, che con mirabile caparbietà ha saputo risorgere facendo gol a quel destino crudele e amaro. Aveva un sogno, quel ragazzone di Monte San Biagio, paesone del sud pontino a due passi dal mare. Voleva diventare una star del nostro football, Andrea, quel pallone era per lui una vera ossessione. I fatti, nonostante tutto, gli hanno dato ragione. Carnevale si è rialzato tutte le volte che è caduto. Dal primo scudetto dell’epico Napoli di Maradona, fino alla squalifica per doping quando si trasferì nella Capitale – sponda Roma – il suo amore di sempre. A distanza di anni, il calcio gli è rimasto dentro. Da cinque lustri, ormai, fa l’osservatore per l’Udinese, la squadra che lo ha svezzato e alla quale è rimasto legato. In questa intervista Carnevale si racconta con grande trasporto ricordando il calcio dorato che fu, quando la nostra Serie A era popolata dai Zico, Maradona, Giordano, Van Basten e Platini.

Come nasce il Carnevale calciatore?

“Fin da bambino giocavo in un campo vicino a casa mia, la mia prima squadra era diretta dai francescani. Mi dividevo tra scuola e pallone, alla fine prevalse il calcio. Mia sorella Rossana voleva che trovassi un lavoro, a casa servivano soldi, ma il football era la mia ossessione, ero convinto di farcela. Più tardi passai al Fondi, agli ordini del presidente Gemmino Lippa, imprenditore ortofrutticolo, lì ho fatto tutta la trafila, mettendomi in luce. Poi arrivò il Latina”…

Fino all’approdo al calcio che conta…

“Mi prese l’Avellino in A, ero giovanissimo, e contro l’Ascoli siglai il primo gol nella massima serie. Quella in Irpinia fu una bella esperienza, poi la Reggiana in B, dove segnai 20 gol in due stagioni, fino al Cagliari che mi acquistò per due miliardi. Più tardi finii a Catania, fino a quando il grande Luis Vinicio mi volle all’Udinese di Zico, prologo alla mia straordinaria avventura col Napoli”.

Dopo Zico, Maradona: che cosa gli direbbe, se potesse riabbracciarlo?

“Quanto darei per rivederlo. Diego era affettuoso con tutti, gli direi ancora grazie, mi ha deliziato sia come amico che come calciatore, mi voleva un bene incredibile, a distanza di cinque anni faccio ancora fatica a credere che non ci sia più”.

Un aneddoto particolare?

“Nel 1999 andai in Brasile, a Rio. Lessi sul giornale che Diego era ospite d’onore al Camarote, il famoso carnevale brasiliano. Io non avevo i biglietti, e non sapevo come entrare. Il giorno dopo incontro Diego in un albergo di Copacabana, baci e abbracci, non ci vedevamo da nove anni. Gli spiegai la situazione, lui non perse tempo: “Se non portate un pass per il mio fratello Andrea, torno in Argentina col primo aereo”. Era straordinario anche fuori dal campo”.

A Napoli scudetti, coppe e tanti gol: uno che ricorda con maggiore emozione?

“Quello contro la Fiorentina del 10 maggio 1987, i viola alla fine pareggiarono, ma la mia rete servì a sancire il primo scudetto della storia del Napoli. Il San Paolo era una bolgia, c’erano centomila bandiere, al mio gol sentii un boato pazzesco, sembrava il terremoto: ricordi fantastici”.

Dopo gli scudetti, la grande occasione a Italia ’90…

“Il mio cruccio. E pensare che fisicamente stavo benissimo, volevo dimostrare tutto il mio valore ai nuovi tifosi della Roma. Se potessi, rigiocherei la sfida inaugurale contro l’Austria, sbagliai malamente due gol, poi entrò Totò: la sua esplosione corrispose al mio fallimento, un vero peccato”.

I suoi colleghi di reparto erano Schillaci e Vialli: che ricordi conserva di entrambi?

“Due ragazzi straordinari, autentici campioni di vita. Totò era timido e silenzioso, Gianluca aveva personalità da vendere, era molto intelligente. Bomber d’altri tempi”.

L’allenatore a cui deve chiedere grazie?

“Sono tanti, anche allo stesso Ottavio Bianchi. Il nostro rapporto non è stato sempre idilliaco, mi riprese più tardi alla Roma. Se proprio devo fare un nome, Luis Vinicio, che ha sempre creduto in me”.

Parliamo del suo libro: una storia singolare, la sua…

“Quel bambino orfano alla fine ce l’ha fatta. Una vita tutta in salita, ho saputo affrontare e superare le tante avversità. Avrei potuto prendere strade sbagliate, le mie sorelle mi hanno aiutato, il calcio, poi, ha fatto il resto. Oggi, nonostante tutto, sono un uomo felice, che sorride ogni giorno alla vita. Ho preso la mia rivincita, sono molto orgoglioso di me stesso”.

In quale attaccante di oggi si rivede?

“Non saprei… forse Retegui, per l’abilità nel gioco aereo, il mio marchio di fabbrica. In ogni caso, con tutto il rispetto per i bomber di adesso, il mio calcio non era paragonabile a quello di oggi. Io ho avuto il privilegio di giocare contro i vari Van Basten, Careca, Giordano, Bettega, Rossi, Platini e Gullit”…

Il difensore che più l’ha messa in difficoltà?

“Vierchowod. Ma anche Franco Baresi e Brio. Con Pietro non la vedevi mai, era una forza della natura, e perfetto nel gioco d’anticipo. Con Sergio quante battaglie, che ricordi quella celebre e infinita sfida nei quarti di Coppa Uefa contro la Juve: ribaltammo la Vecchia Signora vincendo per 3-0, firmai la rete del raddoppio. Che tempi”…

Perchè il nostro calcio oggi fa fatica?

“Manca la fame, a mio avviso. Poi dipende anche dai cicli. Negli ultimi venti anni si è visto poco a livello tecnico, gli ultimi due talenti sono stati Totti, che ha giocato per un brevissimo periodo con me nella Roma, e Del Piero”.

Il nostro campionato, intanto, sta entrando nel vivo: come finirà per lei?

“In estate mi ero sbilanciato. Dopo gli acquisti di Modric e Rabiot avevo pronosticato il Milan insieme al Napoli. Non cambio idea, ma attenzione alla Roma: la squadra di Gasperini gioca un calcio moderno e brillante, e se gli attaccanti iniziano a segnare”…

Da tempo, ormai, lavora nell’Udinese come osservatore…

“Sono ventiquattro anni, sto bene a Udine, devo ringraziare la società friulana, mi è stata sempre vicino”.

Il suo idolo Altobelli, intanto, fa 70…

“Grande “Spillo”, mio parente e conterraneo. A Sonnino torno sempre con piacere, ho ancora dei parenti, mia madre Filomena era nata lì. Sono orgoglioso di festeggiare il suo compleanno, Altobelli è un pezzo di storia del nostro calcio”.

Libero Marino