“Crossatemi una lavatrice, colpisco anche quella”. A pronunciare queste parole, una trentina d’anni fa, fu Pasquale Luiso da Aversa. Il bomber che era appena stato ribattezzato il “toro di Sora” per il suo proverbiale spirito indomito. Luiso, per sua stessa ammissione, non eccelleva dal punto di vista tecnico, ma possedeva grinta da vendere. In campo furoreggiava come raramente si vede, lottando su ogni pallone, “sportellando” con le difese di turno che spesso beffava con il suo marchio di fabbrica, quel colpo di testa che lo ha reso famoso un po’ ovunque. Una carriera importante, la sua, condita da tanti gol e alcuni momenti esaltanti, come quella notte allo Stamford Bridge di Londra quando, con il suo Vicenza, sfiorò un’epica impresa.
Un percorso fatto di sudore, rabbia e ambizione, partito – verso la fine degli anni Ottanta – dai polverosi e anonimi campi della sua Campania. Aversa e Afragola i trampolini di lancio, poi fu il Sora del suo mentore Claudio Di Pucchio a spalancargli la vetrina del grande football. La sua parabola calcistica somiglia un po’ a un giro d’Italia: Lecce, Torino, Pescara, Chievo Verona, Avellino, Piacenza, Vicenza, Sampdoria, Ancona, Salernitana e Catanzaro. Poi, appese le scarpe al chiodo, si è cimentato nelle vesti di allenatore fino all’ultima esperienza sulla panchina dell’Acerrana. Figlio di un calcio romantico, che non finiremo mai di rimpiangere, Luiso si racconta ai nostri microfoni con la stessa schiettezza con la quale comunicava con i suoi tanti allenatori. E’ stato, del resto, sempre vero e genuino, senza filtri, e questa nostra chiacchierata ne è la testimonianza.
Come nasce il Luiso calciatore?
“Ad Aversa, la mia città di origine. Giocavo in una squadra della scuola calcio, l’Acli Aversa. Feci un campionato provinciale di allievi, mi misi subito in luce, e fui monitorato dall’Afragolese”.
E poi?
“L’Afragolese mi prese, e lì feci tutta la trafila. Era una squadra importante che all’epoca annoverava giocatori del calibro di Guido Veglia, Michele Massaro, Stefano Sacco, Alberto Russo e il mister Francesco Villa, un’icona del nostro territorio. Io, ragazzino di appena diciassette anni, li guardavo con rispetto e ammirazione. Quella Serie C2 era tranquillamente paragonabile alla Serie B di oggi. Una palestra importante che mi ha forgiato molto”.
Il suo primo gol?
“Sul campo del Cisterna di Latina. Entrai e segnai subito, ma non servì: perdemmo 2 a 1”.
L’Afragolese fallì e arrivò il Sora…
“Sì, erano gli inizi degli anni Novanta quando approdai in riva al Liri. La premiata ditta Frasca – Di Pucchio mi voleva a tutti i costi e accettai. Fu proprio Di Pucchio a reinventarmi punta centrale, in precedenza avevo fatto l’esterno destro”.
Di Pucchio…
“Lui e Guidolin i miei due grandi maestri. A Claudio devo praticamente tutto. Appena arrivai a Sora mi disse: “Tu devi giocare davanti, lì puoi essere davvero letale”. Capiva di calcio come pochi”.
A Sora quattro stagioni da incorniciare…
“Bellissimi ricordi. Passammo dall’Interregionale alla C1 anche grazie ai miei gol. Penso agli spareggi contro Sulmona e Turris, dopo tanti anni ho ancora la pelle d’oca. Sora è una città speciale per me, lì ho conosciuto mia moglie, la gente ancora mi vuole bene”.
Dopo tanta gavetta, finalmente il calcio che conta: l’esordio in A col Piacenza…
“Sì, non stavo nella pelle, non vedevo l’ora di dimostrare il mio valore. Ricordo la mia prima rete in serie A, la firmai all’Olimpico, dal dischetto, contro la Roma, all’inizio della stagione 1996/1997. Una domenica particolare nonostante la sconfitta”.
Qualche mese più tardi la rete capolavoro contro il suo Milan….
“Sì, il gol più bello, ironia della sorte, lo segnai proprio ai rossoneri, di cui sono da sempre tifoso. Una prodezza figlia anche di un pizzico di fortuna (ride, ndr). Eravamo sul 2 a 2 quando mi inventai, spalle alla porta, quella rovesciata che scavalcò sul secondo palo un incredulo Sebastiano Rossi. Una sconfitta amara per il Diavolo e fatale per Tabarez, che fu poi sostituito da Sacchi. A distanza di quasi 30 anni ancora mi emoziono a rivedere quel gol, anche se uno simile lo feci in un derby tra Afragolese e Giugliano”.
E poi la serata di Londra….
“La più bella della mia vita. Sfiorammo il cielo con un dito. Credevamo nell’impresa, all’andata vincemmo 1-0, eravamo a un passo dalla finale di Coppa delle Coppe. Passammo in vantaggio anche a Londra con un mio gol, ma il Chelsea ci ribaltò. A fine gara il mio idolo di sempre, Gianluca Vialli (di cui a casa conservo gelosamente la maglia), si complimentò con me, scoppiai in un pianto dirotto. Firmai in tutto 8 reti finendo capocannoniere della competizione. Momenti indelebili”.
I giocatori più forti con cui ha giocato?
“Lamberto Zauli e Antonio Criniti”.
Il difensore che più l’ha messa in difficoltà?
“Diversi. Nesta, Cannavaro, Couto, Zago e Vierchowod”.
Ha rimpianti?
“Francamente no. Sono partito dalla strada, sono molto orgoglioso di quanto ho fatto e di dove sono arrivato”.
Perchè il nostro calcio è in crisi?
“Siamo ancora indietro. Non c’è stato, purtroppo, quel necessario ricambio generazionale. Ai miei tempi c’erano i Maldini, Baggio, Del Piero e Totti: oggi?”
Se non avesse fatto il calciatore?
“Non so. Mi adattavo a tutti i mestieri, dall’elettrauto al meccanico, fino al barista, mi sono sempre arrangiato”.
Libero Marino
