Il mondo del giornalismo l’ha sempre affascinata. Fin da giovanissima, quando sedeva sui banchi del liceo classico “G. Carducci” di Cassino. Che è rimasta la sua città, nonostante tutto, dove ancora custodisce i suoi affetti più cari, e dove ogni tanto fa capolino. L’ultima visita alla Città Martire risale a pochi giorni fa, complici le festività natalizie, che ci hanno offerto il destro per una bella e nostalgica chiacchierata. Davanti a un buon aperitivo siamo così tornati indietro di 35 anni. Chi scrive, del resto, è stato suo compagno di classe. Ricordi nitidi si intrecciano ad altri fatalmente più sfocati. L’eloquio è diretto e schietto come la sua prosa, lineare e godibile.
Lei è Francesca De Sanctis, 50 anni il prossimo febbraio, giornalista professionista da circa cinque lustri (nella foto in alto di Giovanni Canitano e Alberto Treglia Meta Studio per Officina Pasolini). Una carriera in crescendo, la sua, culminata nelle prestigiose collaborazioni per il noto settimanale L’Espresso, (dove tuttora cura “Colpo di Scena”, rubrica dedicata al teatro) e il Venerdì di Repubblica, altra rivista di lignaggio dove asseconda l’altro suo grande amore, quello per la letteratura.
Laureatasi al Dams di Bologna, la De Sanctis si è poi forgiata nella severa scuola del quotidiano l’Unità, dove ha lavorato dal 2001 al 2017, ma ha scritto anche per Il Messaggero, Il Mattino, Il Resto del Carlino, Il Manifesto, Left, GQ, Donna Moderna, Grazia e la Repubblica. Un curriculum importante, che fornisce la giusta misura dello spessore della giornalista cassinate che – lo scorso novembre – è di nuovo approdata in libreria con il suo ultimo lavoro editoriale, “Zazel, la bambina che imparò a volare” (che ha già presentato a Cassino presso l’aula Restagno del Comune) dopo l’esordio del 2020 con “Una storia al contrario”, romanzo autobiografico edito da Giulio Perrone e semifinalista al Premio letterario John Fante Opera Prima.
Come nasce la passione per il giornalismo?
“Ho sempre amato la scrittura. Quando ero bambina non facevo altro che scrivere: diari su diari, lettere agli amici, pensieri annotati qua e là. E poi sono sempre stata molto curiosa e amante delle storie. Quindi è stato naturale, sin da ragazzina, coltivare il sogno di poter, un giorno, diventare una giornalista. Quando mi capitava tre le mani la copia di un giornale che mio padre lasciava in giro per casa cominciavo ad aprirlo per scoprire pagina dopo pagina le notizie che venivano riportate. Lo facevo anche con i giornali antichi che mio padre amava collezionare. Quanto mi piaceva – poi – l’odore della carta”!
E quella per il teatro?
“E’ un amore che risale ai tempi del liceo. La mia professoressa di Italiano – la signora Floccia – mi fece studiare tutti i testi di Pirandello, compreso “I giganti della montagna”, il suo dramma incompiuto, e lì mi innamorai… A teatro ci andavo poco perché a Cassino, mia città natale, di teatri non ce n’erano e quelle poche volte che riuscivo dovevo arrivare fino a Roma per vedere qualcosa. Ma poi con la scelta degli studi universitari e il trasferimento a Bologna sono riuscita a dedicarmi a entrambe queste passioni: il giornalismo e il teatro, che in qualche modo oggi sintetizzo facendo principalmente il critico teatrale per l’Espresso”.
Il tuo/tua mentore?
“In passato ho avuto diversi maestri e maestre. La prima è stata Rita Sala, storica firma del Messaggero. Quando arrivai come stagista nella sede centrale di via del Tritone mi prese in simpatia e mi diede consigli preziosissimi. Eravamo sempre insieme, mi portava con lei ovunque, dalla prima al Teatro dell’opera alla villa a Grottaferrata di Simona Marchini, attrice e figlia dell’ex presidente della Roma, squadra di cui Rita era tifosissima. Poi, durante i lunghi anni trascorsi all’Unità, ho avuto l’onore di lavorare con Furio Colombo. Fu lui ad assumermi. Ogni riunione era una lezione di giornalismo. E a proposito di direttori dell’Unità che non ci sono più, voglio ricordare anche Sergio Staino, che ha continuato a darmi consigli anche dopo la chiusura del giornale. Per quanto riguarda il giornalismo televisivo, invece, senza dubbio dico Michele Santoro, con il quale ho avuto la fortuna di lavorare come autrice. Ancora oggi ci lega un rapporto di stima reciproca e di amicizia”.
Una tua istantanea sul giornalismo di oggi?
“E’ in profonda crisi per varie ragioni: maggior disinformazione, sfide più complesse dovute alla rivoluzione tecnologica, necessità di una maggiore competenza, crisi economica di tutto il settore editoriale. Nonostante tutto, continuo a pensare che sia il mestiere più bello del mondo”.
Il momento più esaltante della tua carriera?
“I momenti più belli per me, in generale, restano i primi anni trascorsi all’Unità. Ero molto giovane, eppure avevo l’opportunità di intervistare grandi scrittori, poeti, registi: Alda Merini, Edoardo Sanguineti, Antonio Tabucchi, Vincenzo Cerami, Maria Luisa Spaziani, Dario Fo, Derek Walcott e tanti altri. Provavo delle emozioni che non scorderò mai, io piccola piccola di fronte a dei giganti”.
Un giudizio veloce sul mondo della tv, avendoci lavorato.
“Non è molto diverso dal teatro: recitano tutti una parte. Gli autori dei vari talk politici corrono di qua e di là cercando degli ospiti che possano interpretare una parte, piuttosto che un’altra. Trovo che in tv si tenda ad urlare troppo. I programmi sono tutti uguali ormai, non c’è molto spirito di iniziativa e le idee scarseggiano. Sono rimasti in pochi a fare vero giornalismo d’inchiesta o in generale a fare tv in maniera intelligente. Ho conosciuto ottimi giornalisti e ottime giornaliste televisive, è proprio il modo di concepire la tv che dovrebbe essere diverso, più coraggio e meno omologazione. Penso alla direzione di Rai3 di Angelo Guglielmi, tanto per citare un altro maestro con cui ho lavorato. Aveva una sua rubrica di critica letteraria sull’Unità, ogni volta mi toccava tagliare le sue recensioni! Una cosa è certa, a proposito di tv: bisogna essere sempre preparatissimi sugli argomenti, perché quando la lucetta rossa della telecamera si accende e il conduttore/la conduttrice va in onda si gioca ogni volta una nuova partita”.
Da anni vivi a Roma: che cosa rappresenta, per te, la Capitale?
“All’inizio rappresentava semplicemente la città in cui sapevo mi sarei trasferita per fare questo mestiere. Dopo il liceo sono andata a vivere a Bologna per motivi di studio, lì mi sono laureata e ho frequentato la Scuola di Giornalismo. Stavo benissimo, mi piaceva molto vivere a Bologna, ma sapevo che non sarei potuta restare. Oggi Roma per me è casa, qui sono nate le mie due figlie, ho i miei amici e il lavoro. Non è una città semplice in cui vivere (e penso soprattutto alle distanze, al tempo perso per gli spostamenti), ma è pur sempre una città meravigliosa, è la mia Roma”.
Senza tralasciare le tue origini: Cassino…
“Nutro sempre un sentimento di amore-odio per la mia città. È come un ex amante che ti ha fatto soffrire, ma con il quale ad un certo punto ti sei riappacificato. Mi piace tornarci, ma dopo un po’, come con gli ex amanti, ho bisogno di allontanarmi. Poi torno sempre però. Anche perché a Cassino ci sono però molte persone a cui voglio bene, a cominciare da mia madre”.
Altri interessi fuori dall’ambito professionale?
“Amo molto leggere e adoro tutto ciò che è vintage: abiti, oggetti, mobili”!
Se non avessi fatto la giornalista?
“Me lo chiedo spesso anch’io, ma non so darti una risposta. Forse avrei scelto sempre un lavoro legato al mondo della comunicazione, o forse avrei fatto l’editor in una casa editrice o la sceneggiatrice, chissà. Ma no, basta con questi lavori intellettuali! Ecco avrei fatto la fioraia, da quando ho il mio bel terrazzo ho iniziato ad amare molto le piante”.
Due parole sul tuo nuovo lavoro editoriale…
“Mi sono molto divertita a scrivere “Zazel. La bambina che imparò a volare”, edito da Gallucci e illustrato da Sara Cimarosti, un albo pensato per piccoli e grandi lettori. È la storia incredibile di Rosa Matilda Richter, in arte Zazel, che nel 1877 si fece sparare in aria da un cannone a molla, diventando famosa in tutto il mondo con questo numero straordinario. La sua storia ha ispirato anche il brano musicale di Francesco De Gregori “La donna cannone”. Ma la vicenda che io racconto è soprattutto una storia di libertà e di coraggio, la storia di una bambina che prima ancora di camminare impara a rimbalzare e che sogna di poter volare come gli uccelli. Siamo in epoca vittoriana e Zazel indossa pantaloncini corti e corpetto: era libera anche di vestirsi come voleva e di inseguire desideri quasi irraggiungibili. “Zazel” è inno al coraggio e alla libertà”
Hai altri progetti in cantiere?
“Sì, tanti: nuovi libri, un podcast e poi spero di continuare a curare le mie due rassegne, una letteraria (“EquiLibri in Officina”) e l’altra teatrale (“A Roma, a Roma!”). Ho curato negli anni varie rassegne culturali, a cominciare da CassinoOff, il festival di teatro civile che per anni si è svolto a Cassino, dove ho ospitato Roberto Saviano, Ascanio Celestini, Luigi Lo Cascio, Isabella Ragonese, Ottavia Piccolo e molti altri artisti. Bellissimi ricordi”.
Libero Marino
