E’ stato un grande testimone del Novecento, e non solo sportivo. Lo ha vissuto intensamente, Italo Cucci, girando il mondo per assecondare la sua passione più bella: il giornalismo. A cui ha dato tutto, immolandosi sull’altare delle notizie che ha sempre raccontato con obiettività rifuggendo le ipocrisie, come oggi rivendica con orgoglio da Pantelleria, isola che ha eletto a suo incantevole rifugio dal 2011. Da dove mi risponde in un pomeriggio di metà gennaio con voce brillante e schietta, che tradisce quell’inflessione romagnola capace di rendere ancora più fascinoso il suo elegante eloquio. Una lunga chiacchierata nella quale Cucci ripercorre tutta la sua luminosa carriera, scandita da viaggi, incontri memorabili, premi importanti, libri, articoli, giornali e riviste. Un curriculum, quello del Direttore, che incute quasi soggezione.

Una carriera che, a onta delle sue ormai 87 primavere, prosegue in modo mirabile sul “Corriere dello Sport” e il “Guerin Sportivo” – i suoi due grandi e antichi amori – dove la sua penna continua a regalare affreschi di calcio e lezioni di giornalismo. Quello vero, che Cucci ha vissuto con i giganti della professione, quando le carriere si fondavano sul merito e quelli bravi come lui lasciavano il segno. A distanza di lustri lo spirito è rimasto pugnace, la schiena dritta. Giornalismo, football, politica, letteratura e musica: Italo Cucci si racconta con passione in questa nostra intervista.

 

Una carriera sontuosa, la sua: come iniziò?

“Arrivai da Rimini a Bologna nel 1961. Qualche anno prima, nel 1958, giovanissimo, mi ero iscritto all’Albo dei giornalisti. Iniziai al “Resto del Carlino” occupandomi di politica, cronaca nera e giudiziaria. Il direttore era il professor Giovanni Spadolini, futuro presidente del Consiglio, a cui non piaceva, però, il mio temperamento garibaldino e mi mandò a “Stadio”. La mia carriera di giornalista sportivo iniziò con un bel colpo…”

Mi racconti…

“Il Bologna fu squalificato per doping. Lavorando al Palazzo di Giustizia di Bologna, in un paio di mesi riuscii a dimostrare che la squadra rossoblù non si era drogata ma “era stata drogata”. Alla fine la formazione di Bernardini fu reintegrata e vinse il famoso spareggio – scudetto del giugno 1964 – all’Olimpico di Roma – contro l’Inter. Da allora diventai un tifoso del Bologna”.

E’ vero che, prima di tifare per i felsinei, nutriva un debole per il Grande Torino?

“Sono nato nel 1939. Divenni appassionato della squadra granata nel 1946 fino al 1949, anno del tragico schianto di Superga. Il mio cuore è rimasto lì. Fino al 1961 non ho più seguito il calcio. Nel 2005 partecipai alla realizzazione del documentario “Il Grande Torino”, una serie televisiva diretta da Claudio Bonivento”.

Una squadra leggendaria guidata dall’immenso Valentino Mazzola che molti ritengono sia stato il calciatore italiano più grande di sempre: è d’accordo?

“Aveva una grande personalità, dentro e fuori dal campo. Un campione straordinario, completo, elegante e dalla vita privata turbolenta. Le racconto un aneddoto. L’Italia di Prandelli, nel corso degli Europei del 2012, affrontò la Croazia. Sembrava che non ci fossero molti precedenti tra le due formazioni. Mi informai meglio, feci delle ricerche più approfondite, e venne fuori che in epoca fascista, all’alba degli anni Quaranta, ci fu un’amichevole tra gli Azzurri allenati da Pozzo e la Croazia, una sfida che fu diretta da un arbitro tedesco. Vinse l’Italia con fatica. Fu proprio quella gara a bagnare il debutto con la maglia della Nazionale di Valentino Mazzola, che da Venezia si era appena trasferito a Torino”.

A proposito di leggende e di Nazionale: cinquant’anni fa Gigi Riva segnò il suo ultimo gol in un Cagliari – Como…

“Un fenomeno, “Rombo di Tuono”, come lo ribattezzò in modo geniale Gianni Brera dopo un Inter – Cagliari dell’ottobre del 1970. Riva è stato unico e inimitabile, “un ragazzo lombardo che volle farsi sardo”, come ho scritto alcuni giorni fa nella mia rubrica del “Corriere dello Sport” rispondendo a un affezionato lettore. L’ho seguito e visto praticamente ovunque, ero talmente innamorato di lui che tentai, insieme ad altri, di portarlo al Bologna. Un fuoriclasse, i suoi gol hanno riscattato un’intera isola e fatto felice una Nazione”.

Facciamo un salto in avanti: l’Argentina di Maradona vince nel 1986 i mondiali messicani, pochi giorni prima esce di scena il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges...

“Lo conobbi proprio in Argentina, al Mundial del 1978, quello delle violenze e delle polemiche. Lo incontrai in una trattoria vicino al mio albergo. Mi presentai timidamente dicendogli che ero un giovane giornalista italiano. Mi sfiorò la mano senza vedermi (era cieco) e appena sentì il mio accento italiano gongolò: “Che bello, finalmente ci divertiamo, l’Italia e l’Argentina saranno protagoniste del Mondiale”, mi disse. Era stato profetico. Qualche giorno dopo una rete di Bettega piegò gli argentini ma – paradossalmente – la nostra fu una vittoria che ebbe l’effetto di un boomerang. Da allora tutto ci girò storto e non è vero che gli italiani emigrati in Argentina facessero il tifo per noi…”

A proposito di Argentina: Maradona è stato un suo grande amico…

“Quanto mi manca. Era un pezzo di pane. Ho ancora gli occhi pieni delle sue incredibili prodezze. Litigammo a Usa 1994. A Monaco, nel 2006, ci riabbracciammo e piangemmo come due bambini”.

Il più grande di sempre, secondo lei?

“Diego l’ho vissuto di più rispetto a Pelè, col quale pure ho viaggiato per il mondo vedendo qualche sua partita. Lui e Maradona hanno scritto la storia del calcio, non c’è dubbio, ma qualche anno fa, al “Guerino”, feci una sorta di sondaggio sul migliore calciatore di sempre a cui presero parte cinquanta colleghi giornalisti di tutto il mondo. La spuntò per un soffio un altro grande interprete di “Eupalla” come Alfredo Di Stefano: le sue imprese con la maglia del Real Madrid non possono essere dimenticate. Durante Messico 1986 ebbi la fortuna di conoscerlo a cena: era visibilmente invecchiato, ma subii piacevolmente il suo immutato magnetismo”.

Nel 1982 fu uno dei pochi a difendere Bearzot dai famosi “criticonzi”…

“Sì, ero direttore del “Guerin Sportivo”. Io, Baretti, Arpino e Amatucci, un collega pubblicista di “Avvenire”, eravamo gli unici a credere nell’impresa, nonostante quell’avvio stentato: i fatti diedero ragione a noi e soprattutto a Bearzot”.

Due “Enzi” nel suo destino, oltre all’allenatore anche Ferrari: i suoi ricordi?

“Due grandi amici. Con Ferrari, che mi assegnò il premio dedicato a Dino, il figlio scomparso, prima di costringermi a dirigere “Autosprint”, ero in perfetta sintonia, le mie idee politiche collimavano perfettamente con le sue. Come pure con Bearzot, anche se il “Vecio” aveva talvolta slanci progressisti. Uomini di altri tempi, brillanti e vincenti”.

Parliamo del suo giornalismo: quanto è cambiato rispetto a oggi?

“Tantissimo. Un mio libro di qualche anno fa, Un nemico al giorno, che ripercorre tutta la mia storia professionale, iniziava così: “Ho girato il mondo a spese altrui”. Questo per dirle che ai miei tempi giravamo il mondo, magari ci si conosceva durante i tanti viaggi, era la stagione degli inviati. Oggi questo è impensabile, si sta davanti alla Tv e al computer con internet che spesso dà notizie false. L’Ordine dei giornalisti, in realtà, è un Ordine di impiegati stipendiati da un’azienda. I giornalisti professionisti sono tutto tranne che lavoratori indipendenti. La carta stampata, poi, è morta e sepolta”.

Un altro grido di dolore…

“E’ un fenomeno prettamente italiano. Negli altri paesi europei il cartaceo resiste. Prenda, ad esempio, la Germania: il quotidiano “Bild”, da solo, vende tutte le copie degli ottanta quotidiani italiani. E’ cambiato anche il linguaggio. Oggi vanno di moda i cosiddetti “opinionisti”, neologismo che trovo di uno squallore indicibile. A dominare è una ignoranza di fondo: mi viene la nausea quando sento parlare, a proposito di football, di esterni bassi, braccetti e altre amenità assortite. E’, la nostra, una professione finita”.

Il glorioso “Guerin Sportivo”, intanto, ancora è in edicola…

“Il mio figlio prediletto. La crisi ha colpito in maniera ancora più dura i periodici. Il “Guerino”, che resta il più antico, per fortuna è sopravvissuto. Merito soprattutto del mio amico editore Amodei (che lo ha trasformato in mensile), ma anche del sottoscritto e di altri bravi colleghi come Zazzaroni e Beccantini, che ancora regalano pezzi d’autore. Una rivista storica, letteraria, grande laboratorio di idee e trampolino di lancio per tanti che poi hanno fatto carriera: penso a Michele Serra, a Darwin Pastorin (che mi fu segnalato da Arpino) e allo stesso Gianni Mura. Lunga vita al “Verdino”.

Quanto manca uno come Gianni Brera?

“Gianni è stato un formidabile maestro, con lui ho condiviso tante esperienze. Proprio pochi giorni fa, mentre sistemavo la mia ricchissima collezione di libri, ne ho ritrovati tanti dei suoi. E’ stato forse l’unico che ha cantato il calcio in modo romanzesco. Quando morì, sul “Corriere dello Sport” scrissi: “Adesso siamo tutti uguali”.

Perchè litigò con Arpino?

“Gianni lo definì “Il mio Nobel personale”. Poi il loro rapporto si incrinò bruscamente. Le origini del dissidio erano apparentemente figlie di questioni banali relative a Juventus e Inter, in realtà la faccenda era privata”.

Cinquant’anni fa usciva di scena un intellettuale appassionato di football come Pasolini…

“Un altro grande protagonista del Novecento. Un uomo libero e rivoluzionario. Quando morì, sul mio “Guerino” gli dedicai la copertina con l’ultima intervista rilasciata all’amico collega Claudio Sabattini. L’Italia perdeva tanto”.

Lei, al pari del sommo Longanesi, si definì “un anarchico di destra”: questa etichetta le ha mai creato problemi?

“Mai. Quando fui assunto dal “Carlino” ebbi lo scrupolo di dire a Biagi che le mie idee non erano propriamente di sinistra. Enzo, altro straordinario collega, mi rispose che Sergio Zavoli gli aveva parlato molto bene di me e solo quello contava. Una cosa analoga accadde molti anni dopo, nel 1979, all’alba del “Processo del lunedì” di Aldo Biscardi, che era comunista e mi voleva nel suo programma. Gli dissi di parlare bene con Sandro Curzi, futuro direttore del Tg3. Anche lì mi lasciarono fare. Del resto non sono mai stato un politico militante, mi sono sempre fatto gli affari miei”.

Ha avuto il privilegio di assistere a ben dieci Mondiali: la sua partita per antonomasia?

“Italia – Brasile del 1982. Quella fu la vera finale. La sfida contro la Germania Ovest fu quasi una passeggiata. Una gara epica, raccontata dalla penna straordinaria di Piero Trellini, autore del romanzo “La partita”, un libro che raccomando a tutti. Con Piero, Malagò e l’arbitro Klein ci siamo ritrovati, esattamente quarant’anni dopo, allo stadio Olimpico di Roma per celebrare quell’epica impresa. Facemmo un bel servizio per la Rai dove ricordammo anche il grande Paolo Rossi, scomparso due anni prima”.

Perchè il nostro calcio è in crisi?

“Colpa della nostra esterofilia. Non siamo stati mai generosi con i nostri talenti, dobbiamo sempre attingere altrove. E i procuratori, la causa principale del decadimento del nostro amato football, ne approfittano guadagnando milioni di euro. Oggi sono rimasti solo gli allenatori: possiamo vantare bravi tecnici come Spalletti, Conte, Allegri e l’emergente Chivu, come una volta avevamo i Bernardini, i Rocco, i Trapattoni. La differenza è che quest’ultimi potevano allenare grandi campioni, oggi, invece, il panorama è desolante. Mancano gli idoli: a Napoli ancora si identificano in Maradona, a Torino in Platini e a Roma in Totti e Falcão”.

Venti anni fa l’ultimo nostro successo a Germania 2006: ci qualificheremo per il prossimo Mondiale?

“Fallire per la terza volta sarebbe imperdonabile. L’altra sera ho visto Inter – Napoli e mi sono un po’ rincuorato. Credo che alla fine usciremo dalle tenebre di arpiniana memoria. Darei fiducia a Raspadori, è un ragazzo in gamba, spesso male impiegato dai suoi allenatori”.

Tempo di anniversari: il 10 gennaio del 1960 nasceva “Tutto il calcio minuto per minuto”…

“Un contenitore magico che continua ancora a farci sognare. Una scuola di giornalisti superba capitanata da due meravigliosi colleghi come Ciotti e Ameri. Ho avuto l’enorme privilegio di lavorare con entrambi. Le loro radiocronache hanno segnato un’epoca, quanto darei per riascoltarli”.

Ciotti, come lei, era un grande appassionato di musica: come nasce questa sua passione?

“Sono romagnolo. Per sbarcare il lunario iniziai giovanissimo a cantare nei night club con la musica di Fred Buscaglione e un bicchiere di whisky”.

Da quindici anni vive a Pantelleria: perchè si è trasferito sull’isola?

“Pantelleria è unica. E’ un’isola meravigliosa, dalla storia millenaria, ma è da anni nel futuro. E’ un lembo di terra sano e integro con un parco meraviglioso di cui sono Commissario dal 2023. Un posto incredibile, immerso in un mare cristallino, dove vivo felicemente circondato dai miei libri, molti dei quali ho regalato al parco così come feci molti anni fa donandone circa ottomila a Sassocorvaro, la mia città di origine”.

Se non avesse fatto il giornalista?

“Non so. Sicuramente avrei lavorato. E duramente”.

Libero Marino

 

 

 

 

 

 

 

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