Una vita in rossoblù in quell’isola che, ricambiato, ancora ama. E’ la storia del pontecorvese Roberto Quagliozzi, 74 anni compiuti lo scorso 24 gennaio, che ha legato il suo nome al Cagliari, vestendo la maglia rossoblù per dodici anni – dal 1973 al 1985 – nel saliscendi tra la A e la B del sodalizio sardo. Centrocampista duttile, dotato di un destro potente e preciso, spesso mortifero per i malcapitati portieri di turno, Quagliozzi ha avuto l’enorme privilegio di giocare con alcuni dei superstiti del Cagliari targato Scopigno che – qualche anno prima del suo approdo sull’isola – si laureò campione d’Italia.

Una squadra romanzesca, trascinata dai gol di “Rombo di Tuono” (come lo ribattezzò il consueto genio di Gianni Brera), quel Gigi Riva il cui ricordo, ancora oggi – a distanza di più di mezzo secolo – procura un brivido lungo la schiena di Roberto che con il mitico Gigi nazionale ha giocato, segnato e sognato.

Quel ragazzo riccioluto si guadagnò così a suon di gol (alla fine saranno 22 le reti in A in oltre 300 presenze, ma diverse le firmò anche in Coppa Italia, come tiene a sottolineare) e prestazioni maiuscole il rispetto del popolo sardo. Una carriera importante iniziata a Roma, dove presto si trasferì con la sua famiglia, e finita ad Ancona, come ci racconta in questa intervista. Roberto Quagliozzi mi risponde da Quartu Sant’Elena (la città sarda a due passi da Cagliari dove vive con la moglie) in una domenica da tregenda, come se la forte pioggia si divertisse a bagnare i suoi ricordi di vita e di football.

 

Una carriera importante, la sua: come iniziò?

“Giocavo, giovanissimo, non lontano da casa mia, a San Basilio, presso l’istituto “Gerini” dei Salesiani. Mi misi in luce e poco dopo mi prese l’Almas Roma con la quale debuttai in serie D a 16 anni. Poco dopo salii di categoria finendo al Rovereto in C, dove disputai una sola stagione. Mi voleva l’Atalanta ma la pubalgia mi costrinse a sette mesi di stop e così, concluso il militare alla Caserma romana di viale Giulio Cesare, feci ritorno all’Almas”.

La svolta?

“Firmai una doppietta contro l’Alghero al Flaminio di Roma. Quel sabato pomeriggio, in tribuna, sedevano i dirigenti cagliaritani Arrica e l’avvocato Delogu, che vennero a vedermi nella Capitale dove il giorno dopo, allo stadio Olimpico, avrebbe giocato il Cagliari. Feci una grande partita e il club rossoblù alla fine mi acquistò. Era il 1973”.

Come fu l’impatto con l’isola?

“I primi tempi furono difficili, la città non era quella di adesso, dopo le partite tornavo spesso a Roma dai miei. Ma dopo l’esordio in A le cose cambiarono”.

Quando avvenne?

“Indimenticabile. Il 3 febbraio 1974, a 22 anni, provai l’ebbrezza della massima serie. L’emozione era doppia perchè dovevo sostituire l’infortunato Riva nel catino del “San Paolo” contro il Napoli di Vinicio. Debuttai, così, proprio con la sua maglia, la numero 11. Il giovedì precedente giocai a Carbonia un’amichevole in famiglia con la squadra De Martino, la Primavera di allora, dove realizzai due gol. A fine gara l’allenatore del Cagliari, Chiappella, mi disse che la domenica successiva avrei esordito in A contro i partenopei e che avrei marcato Juliano. Nascosi la notizia ai miei genitori che scoprirono tutto solo alla vigilia della sfida. Partirono due pullman, uno da Pontecorvo e un altro da Roma: per la cronaca, nel finale, fummo beffati da una rete di Braglia”.

E la prima rete in A?

“Ancora il Napoli nel mio destino. Era il 7 marzo 1976 quando pareggiai, al “Sant’Elia”, il vantaggio iniziale di Orlandini. Una grande soddisfazione. In realtà avevo già segnato due anni prima in Coppa Italia in un pirotecnico 2 a 2 contro il Como, dove andò in rete anche Riva”.

Che si infortunò un mese prima del suo gol ai partenopei salutando il calcio giocato…

“Una data infausta per il calcio italiano. Era il 1 febbraio del 1976, l’anno della nostra retrocessione in B. Ospitavamo il Milan che, in apertura di ripresa, passò in vantaggio con un colpo di testa ravvicinato di Calloni. Provammo subito a reagire: qualche istante più tardi un mio colpo di tacco volante, all’altezza della trequarti avversaria, liberò Riva sulla destra. Gigi, nel contrasto col difensore rossonero Aldo Bet, si stirò all’adduttore guadagnando anzitempo gli spogliatoi. Gli ultimi istanti di carriera di un campione straordinario. Gigi uscì e perdemmo 3 a 1. Ai rossoneri segnai qualche anno dopo, in un Cagliari – Milan del maggio 1982: la sfida del “Sant’Elia” finì 1 a 1 e Baresi e soci finirono in B”.

Gigi Riva…

“Un mito. Mi voleva un bene dell’anima, mi stimava al punto che, diventato dirigente del Cagliari, ha sempre scongiurato una mia eventuale cessione. Mi apprezzava dai tempi delle giovanili rossoblù, ammirava il mio temperamento e la mia abnegazione. E’ stato il mio grande punto di riferimento, era un tipo solitario con una personalità forte e carisma da vendere. Spesso andavamo a cena insieme. E poi, in campo, era un autentico fenomeno: nel calcio di oggi detterebbe ancora legge con quel sinistro che sembrava telecomandato”…

Quanto è cambiato il football rispetto ai suoi tempi?

“Tantissimo. E’ cambiata del resto, anche la società, e il calcio non fa eccezione. Le rose e le panchine di oggi, cinquant’anni fa, erano impensabili. Anche l’abbigliamento era diverso. Noi indossavamo le casacche di lana che, quando pioveva, diventavano ancora più pesanti. Così come più pesante era lo stesso pallone. Non mi piace la nuova regola del fuorigioco. E poi, ai mie tempi, si giocava a uomo…”

Nella sua carriera ha incrociato tanti campioni: il più bravo?

“Ho marcato gente come De Sisti, Facchetti e Mazzola, ma il più grande è stato Rivera. Gianni aveva gli occhi anche dietro, giocava sempre a un tocco, sottrargli il pallone era praticamente impossibile”.

Che giocatore era Quagliozzi?

“Un buon centrocampista, bravo a interdire e abile anche in fase di impostazione. Con il vizio del gol, retaggio del mio passato di attaccante nella squadra degli Allievi dove un anno mi laureai capocannoniere. A cambiarmi ruolo, ad arretrarmi a centrocampo fu l’allenatore albanese Krieziu (ex gloria della Roma) agli esordi con l’Almas. A Cagliari, con Riva, mi allenavo molto nel tiro dalla distanza che è rimasto un po’ il mio marchio di fabbrica”.

Gol dell’esordio in A a parte, altri momenti esaltanti?

“Quando sfiorammo il piazzamento Uefa nella stagione 1980 – 1981. Arrivammo alle spalle della Fiorentina (che l’anno dopo avrebbe conteso lo scudetto alla Juventus), al termine di una stagione sugli scudi. Io, Marchetti, Bellini e Casagrande fummo eletti il miglior centrocampo del campionato. Era, quella di Tiddia, una squadra bella a vedersi, che giocava un calcio frizzante e moderno”.

Ha rimpianti? 

“No. Ho avuto la fortuna di giocare con grandi campioni. L’unico rammarico, la mancata convocazione in Under 21, sembrava cosa fatta, ma preferirono Bini dell’Inter al sottoscritto. Sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta, ma sono molto soddisfatto della mia carriera”.

Perchè il nostro calcio è in crisi?

“Troppi stranieri in giro. Me ne accorgo quando, ogni tanto, vado a vedere qualche partita di Eccellenza o Promozione qui in Sardegna. Sono tutti argentini e brasiliani. Poi, da noi, non si coltiva più il talento: basta avere un fisico straordinario per fare strada, ai miei tempi giocavano quelli veramente bravi”.

Ha mai pensato di allenare?

“Avevo tutti i presupposti per conseguire il patentino. Riva ai tempi del Cagliari mi suggerì di andare a Coverciano, lo stesso Ulivieri, mio ultimo allenatore a Cagliari, mi voleva come suo vice in panchina. Alla fine ho rifiutato, volevo rimanere a Cagliari dopo aver girato tanto. Ho lavorato per un periodo con i giovani di una scuola calcio, ero a un passo dal diventare tecnico degli Allievi del Cagliari ma non ci accordammo sulle cifre”.

La sua lunga carriera è finita ad Ancona…

“Sì. Mi voleva l’allenatore Pace in serie C, avevo 34 anni e il mio percorso era all’epilogo. Accettai il trasferimento nelle Marche, conservo bei ricordi della mia ultima esperienza professionale. Ricordo un’amichevole contro il Napoli di Maradona (che rimase in panchina) e di Ottavio Bianchi (mio ex compagno a Cagliari). Feci gol a Garella dal dischetto. L’anno successivo mi cimentai nel torneo di Promozione a Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, grazie al mio ex mister Giagnoni. Un giorno mi chiamò a casa e mi accordai subito col presidente Muntoni. Bellissima parentesi anche quella”.

E Pontecorvo?

“La mia città natale. In Ciociaria ho ancora tanti parenti, a partire da mio fratello maggiore Stefano. Con lui, giovanissimo, giocammo diversi tornei rionali al campo “Coccarelli”, non lontano dalla casa dei miei genitori, Saverio e Assunta, che vivevano in via Trieste. Io giocavo con la squadra di San Marco. In estate tornavo spesso da Roma per riabbracciare i miei amici, come il mio compare Paolo Favoccia e l’inseparabile Antonio Celidei. Quante serate con loro al Bar Prata… Ricordo con affetto anche Fausto Tramontana, il “barbiere”, grandissimo tifoso del Cagliari. E mio zio Ulderico Grossi, il fratello di mia madre e storico portiere del Pontecorvo, che allenava me e mio fratello in via Maggio, nei pressi dell’attuale fontanella. Bellissimi ricordi”.

Libero Marino