Il giorno in cui tutto ebbe inizio. O forse, mutuando un concetto dalla religione, il giorno in cui il club nacque a nuova vita.
Chiamatelo un po’ come volete, ma è indubbio che quella dell’11 giugno 2006 sia per il Frosinone Calcio una data storica, perché con la conquista della loro prima serie B i giallazzurri di Ciociaria irruppero nel salotto buono del calcio per restarvi.
Il risultato sportivo era di per sé incredibile e clamoroso, ma a destare meraviglia sarebbero stati gli accadimenti dei successivi 20 anni, che ci avrebbero portato fino alla quarta serie A, di appena un mese fa, attraverso una catena ininterrotta di trionfi (tanti) e piccole delusioni (poche).
Quell’11 giugno poteva essere conquista sporadica, episodio, eccezione alla regola. Invece fu dies a quo, fu pietra miliare, fu l’incipit d’un sogno che non conosce confini.
Ma come arrivò a tagliare quell’ambìto traguardo il Frosinone del presidente Stirpe e del tecnico Ivo Iaconi?
Per comprenderlo è necessario fare un piccolo passo indietro, fino al 2003, quando alla guida del club approda Maurizio Stirpe, imprenditore illuminato e figlio di quel Benito che fu presidente e primo tifoso del club.
Del cavalier Benito un po’ tutti ricordavano, tra mille altre cose pregevoli, un’affermazione un po’ ardita, perché egli disse, quando il Frosinone rimbalzava regolarmente tra serie C e serie D, che un giorno quel club sarebbe salito in A. La presero tutti come una dichiarazione d’amore, come tale libera di volare oltre le barriere della logica. Invece qualche anno dopo, con suo figlio Maurizio alla guida, si sarebbe rivelata visione profetica.
Ma torniamo al 2003 e al nuovo corso che il dottor Maurizio Stirpe avvia, dando alla società una dimensione moderna, manageriale, con visione programmatica e obiettivi da perseguire per step.
S’intuisce immediatamente che il percorso intrapreso può portare lontano. Il Frosinone vince subito il campionato di C2, violando Melfi con un gol di De Cesare e inaugurando in tal modo una serie di conquiste sportive che sarà fitta e quasi frenetica.
E veniamo a quell’11 giugno, finale di ritorno dei playoff. La stagione regolare è finita con il successo del Napoli, sì proprio il Napoli che fu di Jeppson, Maradona, Altafini e Totonno Juliano, il Napoli costretto al purgatorio della C per vicende societarie travagliate e tristi.
Era ovvio che quell’unico posto utile per la promozione diretta fosse già assegnato: squadra di altra caratura rispetto a tutte le altre contendenti, il Napoli aveva vinto quel campionato con un margine attivo enorme.
Dietro, tra le formazioni impegnate a sgomitare per un posto d’onore, ch’era il solo realmente raggiungibile, ecco il Frosinone di Ivo Iaconi.
Aver preceduto le altre però non basta: bisogna confermare il verdetto nei playoff e la semifinale con la Sangiovannese è tutt’altro che agevole. Non si segna in Toscana, nel match d’andata, e al Matusa i canarini difendono a denti stretti quello zero a zero che vale la finale. Pochi rischi per Zappino, ma i minuti sembrano ore e la paura della beffa pare quasi aver assunto forma corporea: è una nube minacciosa che si dissolve come per magia al 94’ e al triplice fischio di Daniele Orsato, allora giovane arbitro in ascesa.
Un giovane tecnico in ascesa, Max Allegri, è invece alla guida del Grosseto, avversario della finale.
La stella della squadra avversaria si chiama Cipolla, ma non riuscirà a far piangere il popolo giallazzurro.
I giorni dell’attesa si consumano tra ansie irrisolte, paure e scaramanzie varie della tifoseria. Per fortuna a mantenere la calma sono loro, giocatori e tecnici di quel team scavato nella roccia.
Anche la gara di Grosseto si chiude a porte inviolate e il traguardo ora è clamorosamente vicino. Per tagliarlo basta pareggiare anche al Matusa, in quel fatidico 11 giugno, ma portare il pareggio al 90’ esporrebbe le coronarie di una città intera a rischi inusitati.
Il bomber frusinate si chiama Ginestra e quando s’infortuna, nella fase iniziale del match di ritorno, sembra un presagio inquietante. Non fiorisce… la Ginestra, ma a regalare gioia a un popolo innamorato ci pensa proprio il suo sostituto, Martini, che offre un assist fin troppo agevole ai giornalisti locali, per un titolo giocoso e gioioso “Ubriachi di Martini”.
Il gol del piccolo attaccante resta l’unico di questa doppia finale e proietta il Frosinone nel torneo cadetto, un torneo unico perché i fatti di Calciopoli portano ai nastri di partenza addirittura la Juventus. Una B con Juve, Napoli, Genoa, Bologna, una sorta di A2, per un battesimo di fuoco.
Alla gioia di una provincia fan quasi da contraltare l’incredulità e lo stupore dell’Italia calcistica, che con una certa approssimazione e con relativa capacità di analisi va a rubricare l’impresa sotto la pagina “sorpresissime”.
In Ciociaria invece sappiamo che quella conquista di Perra, Pagani, Antonioli, Mastronunzio e compagnia sarà solo la prima.
Una città imbandierata, un’impresa che esce dall’ambito calcistico per invadere strade, bar, alberghi, uffici. Il Frosinone è in serie B. Diventerà location abituale e da lì spiccherà il volo quattro volte per il calcio dei sogni. Ma tutto inizia in quel pomeriggio di giugno, mentre l’Italia va ad iniziare il mondiale che si concluderà con il quarto trionfo della storia, il mondiale di Totti e Del Piero, ma ancor più di Gattuso, Grosso e Cannavaro, la classe operaia che va in paradiso. Ma quella è un’altra storia, che un giorno magari racconteremo…
Roberto Mercaldo
