Un mondiale di regola è griffato. A firmarlo sono stati infatti lungo il corso degli anni Peppino Meazza, Juan Alberto Schiaffino, Edson Arantes Do Nascimento detto Pelè; e poi, più di recente, Paolo Rossi, Diego Armando Maradona, Zinedine Zidane e Lionel Messi, giocatori simbolo di una squadra e di un’epoca, calciatori consegnati alla leggenda da prodezze inimmaginabili, con quella ciliegina sulla torta del trionfo più bello.
Nell’Italia del 2006, che nel momento amaro di Calciopoli andò a cercare credibilità e riscatto in terra di Germania, giocavano Alex Del Piero, Francesco Totti e Andrea Pirlo, per limitarci ai più raffinati dei pedatori azzurri. Ma quel trionfo contro tutto e contro tutti, nato da una rabbia antica (sei giocatori di quel gruppo stavano per conoscere una retrocessione a tavolino) alimentato da una coesione più forte degli eventi, sublimato da quella voglia di stupire che nello sport sovente determina il risultato, ebbe un eroe sui generis.
Eh sì, perché quello fu senza dubbio il mondiale di Lippi, dei grandi giocatori succitati, del meraviglioso Cannavaro, di Gattuso uomo ovunque e di un Buffon sovente insuperabile, ma fu soprattutto il mondiale di Fabio Grosso, professione terzino sinistro. Mandibola alla Lando Buzzanca, occhi buoni e il cuore grande di chi sa che ogni traguardo presuppone sacrifici, Fabio Grosso è convocato nel gruppo azzurro grazie a un campionato di tutto rilievo giocato nelle fila del Palermo.
Quella sera storica, il 9 luglio, all’Olympiastadion di Berlino, va lui sul dischetto per il rigore che può riportare l’Italia sul tetto del mondo, per la quarta volta nella storia. Prima di lui hanno calciato Pirlo, De Rossi, Materazzi e Del Piero. E tutti hanno fatto centro. Per la Francia invece David Trezeguet ha spedito la sfera contro la traversa, regalando suo malgrado all’Italia quel piccolo ma prezioso margine attivo.
Grosso ha già inciso in questo mondiale per aver segnato il gol dell’uno a zero ai padroni di casa nel corso del secondo tempo supplementare: un gol spartiacque, un gol che, bissato da Alex Del Piero sotto gli occhi sbigottiti del popolo tedesco, è valso il biglietto per Berlino. Ma questo esercizio dagli undici metri vale tutto, non ha prove d’appello, è un disegno senza contrasti, un urlo che può esser gioioso o strozzato. Fabio Grosso prende una rincorsa media, consegna l’anima al suo piede sinistro, calcia forte e preciso e supera Barthez. L’Italia è di nuovo campione, contro ogni pronostico, perché quel cocktail di motivazioni, tenacia e sostanza ha ubriacato tutti.
Non è quella dell’82, debordante tecnicamente e tatticamente, bella come un giorno di primavera. E’ un’Italia coriacea, cocciuta e mai doma, che ha battuto di un soffio l’Australia negli ottavi, più tranquillamente l’Ucraina nei quarti e poi, con una prestazione maiuscola, anche la favoritissima Germania in semifinale. Contro la Francia è stata battaglia, perché le bleus, in vantaggio dal dischetto, hanno trovato in Materazzi il nemico imprevedibile, prima nel tabellino dei marcatori per la zuccata dell’uno a uno e poi artefice, pardon destinatario, della fatale zuccata di Zidane, stavolta non al pallone ma al petto del difensore azzurro. La superiorità numerica non è stata però sufficiente a tacitare le velleità dei transalpini, sorretti da una condizione fisica clamorosa.
E quando la decisione è affidata alla “lotteria degli undici metri” facce scure in tribuna, nelle case, nella piazze e in ogni angolo della nostra bella Italia. Perché quel duello all’Ok Corral in maglietta e pantaloncini storicamente lo abbiamo sempre perso. Affiorano ricordi terribili: le notti magiche stroncate da quei rigori contro l’Argentina, e poi ancora la finale con il Brasile del ’94, quella dell’errore del Divin Codino, e 4 anni dopo Di Biagio che stampa sulla traversa le nostre velleità di sgambettare la Francia. Tre edizioni di fila e tre sconfitte ai rigori. Non può andare di nuovo così, ci diciamo con un esercizio di autoconforto, mentre nell’anima dilaga la paura. Poi comincia e va come abbiamo già raccontato. Fabio Grosso, eroe senza macchia e senza paura, riscrive la storia con un mancino prepotente. L’Italia è campione per la quarta volta.
Non sanno, quei ragazzi festanti e imbandierati, quelle finestre che gridano gioia, quei clacson chiassosi, che da quella notte di gloria comincerà un declino che porterà a due eliminazioni ai gironi e poi addirittura a tre mancate qualificazioni di fila. Tra l’Italia e il mondiale il feeling improvvisamente svanirà. Ma quella notte del 9 luglio nemmeno i fallimenti in serie potranno cancellarla. La grande vittoria di Lippi, di una difesa impenetrabile, dei nostri 10 che per un bel po’ d’anni non avranno eredi. E soprattutto di quel ragazzo con la maglia numero 3, Fabio Grosso, eroe per una notte…
Roberto Mercaldo
