In principio fu Michele Plastino. Chiamatelo come volete: pioniere, antesignano, precursore, maestro. Plastino racconta il football da quasi mezzo secolo con garbo e competenza, merce rara nel panorama volgare e urlato di oggi. Lo ha fatto (e per fortuna continua) in radio e in tv, i suoi amori di sempre. Il suo percorso giornalistico è stato costellato di premi e riconoscimenti, a testimonianza delle sue indubbie qualità di comunicatore e giornalista.
Quel mestiere che ha appreso in famiglia, da ragazzino, scortandolo un po’ ovunque, fino a diventare, fatalmente, uno stile di vita. Tanti i meriti del giornalista romano: nella sua scuola si sono forgiati fior di professionisti che ha saputo sapientemente svezzare consegnandoli al grande schermo. In questa nostra chiacchierata Plastino si racconta con quella passione che, a dispetto dell’età, ancora lo muove e spinge verso altri gloriosi traguardi. La sua vita scorre frenetica tra mille impegni. Perchè lui non molla e guarda avanti con l’entusiasmo di un ragazzino alle prime armi.
Come nasce il Plastino giornalista?
“La mia passione risale ai tempi dell’adolescenza quando, a casa, mi divertivo a giocare con dei piccoli tappi che immaginavo fossero calciatori, con i quali facevo una sorta di telecronaca. Ma a svezzarmi, più tardi, sarebbe stato mio zio…”
Mi spieghi…
“Parlo di Ettore Fecchi, regista e produttore, che all’epoca dirigeva “Metropolis”, una rivista specializzata di cinema. I primi passi da giornalista li ho mossi in ambito cinematografico. Zio mi portò al Festival di Cannes, a 19 anni fui il più giovane giornalista accreditato nella famosa kermesse francese. Era l’anno in cui trionfò il film Mash. Questa impostazione cinematografica ha sempre caratterizzato i miei programmi, specialmente le “Voci della notte”, una trasmissione di più ampio respiro dove non si parlava solo di calcio”.
Il calcio: come e quando è iniziata la sua avventura con il football?
“Un giorno, per motivi personali, mi recai in via Nomentana, non lontano dagli studi della futura Teleroma 56. Lì conobbi Luigi Del Mastro, straordinario regista e produttore. Poco dopo, nel 1979, partimmo con “Goal di notte”, la trasmissione che mi ha dato successo e notorietà, la più longeva nel panorama televisivo, non solo nazionale. Due anni fa sono stato premiato in Campidoglio dal sindaco di Roma, fu un momento particolarmente emozionante. Sono orgoglioso”.
Perchè Goal di notte…
“Volevamo in qualche modo essere un’alternativa allo strapotere della Rai. Decidemmo così di andare in onda dopo la popolare “Domenica Sportiva”: una scelta che il pubblico premiò in modo clamoroso. Quanti campioni sono transitati nel mio studio…”
Tipo?
“Molti, purtroppo, sono usciti di scena. Penso a D’Amico, Di Bartolomei e Maradona. Ricordo quando Diego si mise a palleggiare nel nostro studio. Riuscii a portarlo da me grazie ai miei amici di Napoli, la mia seconda città dopo Roma. L’allora mio assistente Giovanni Benincasa (poi diventato un formidabile autore televisivo) tirò un’arancia a Maradona che deliziò i presenti, increduli al cospetto del campione argentino. Poi ricordo con piacere altri straordinari numeri dieci come Falcao e Platini”.
Qualche anno più tardi nacque il “Piccolo gruppo”.
“La mia creatura prediletta. Fu un’idea del grande Gigi Proietti. Ogni volta che penso a lui mi commuovo sempre. Veniva spesso a “Goal di notte” con Gianni Minà, io li chiamavo scherzosamente il gatto e la volpe. Una domenica mi parlò del suo laboratorio teatrale e mi dette appuntamento, per il venerdì successivo, al teatro Brancaccio. Io non esitai ad andare. Ho assistito così alla sua prima lezione di teatro. Al termine mi fece: “Michele, ormai hai una certa esperienza, fai come me, trasmetti il tuo bagaglio di conoscenze ai più giovani”. Il mio laboratorio di giornalismo nacque così. Grazie a Gigi, persona dolcissima e grande intenditore di calcio. Ho svezzato giornalisticamente gente come Caressa, Pardo, Marianella e Piccinini: un’altra cosa di cui sono molto fiero”.
Lei è cresciuto nel mito di quale giornalista sportivo?
“Ce ne sono diversi. In primis Sandro Petrucci, l’inventore del famoso “stellone” laziale. Poi sicuramente Italo Cucci e Mario Sconcerti. E Aldo Biscardi, a cui mi lega un curioso aneddoto”…
Mi racconti…
“Mondiali 1982. Io e Aldo già ci conoscevamo, gli ispirai il suo famoso “Processo”. Mi chiese un pronostico sul torneo spagnolo e io, nonostante l’avvio stentato degli azzurri di Enzo Bearzot, risposi che a vincere quel mondiale sarebbe stata proprio l’Italia. “Aldo, gli spiegai sorridendo, se vado a ragionamento sono una chiavica, ma a sensazione sono il numero uno”. Quando rientrai a casa incassai i complimenti di mio padre, che aveva apprezzato il fatto che mi fossi sbilanciato a favore dell’Italia. Il rischio della figuraccia era molto alto, ma i fatti mi diedero clamorosamente ragione”.
Mondiale storico che lei visse da protagonista realizzando il primo “docufilm” sul calcio: qualche aneddoto?
“Mio padre mi offrì la possibilità di partire per la Spagna. Andai insieme al cameraman Valentino Tocco, che qualche anno dopo si sarebbe consacrato ad alti livelli lavorando un po’ ovunque. Non fu una esperienza facile. Alla dogana non volevano far passare la nostra telecamera. Grazie a mio padre e a un amico spagnolo che mi aveva venduto – poco prima – i diritti televisivi del calcio iberico, ci levammo d’impaccio. Arrivammo in Spagna senza biglietti e accrediti, ma riuscimmo a vedere due grandi partite come Italia Brasile, al Sarrià, e la semifinale contro la Polonia al Camp Nou. Che ricordi…”
E la passione per la Lazio?
“Merito di mio padre, che è stato direttore della Rondinella, per tanti anni la casa della Lazio. Lì, giovanissimo, ho conosciuto diversi campioni come Bob Lovati, sempre carino e disponibile con me e mio padre. Un vero gentiluomo. Ricordo quella volta a Tor Di Quinto quando fece accomodare mio padre, costretto su una carrozzina perchè colpito da ictus, in panchina con lui. Lovati è stato anche il mio primo motivo di litigio con l’attuale dirigenza della Lazio”.
Cioè?
“Un giorno andammo insieme all’Olimpico. Bob si presentò all’ingresso ma gli inservienti non volevano farlo entrare. Non ci fu verso. Qualche ora più tardi, nella mia “Goal di notte”, tuonai contro il presidente. Da quel giorno è nata la mia antipatia per Lotito”.
Che futuro immagina per la Lazio?
“Non sono per niente ottimista. Il mio pensiero l’ho scritto qualche giorno fa sulle pagine del “Tempo”. Qualche anno fa coniai il termine lazialità, un sentimento nobile che arriva all’anima del tifoso. In questo particolare momento storico manca proprio questo: il tifoso è disorientato e giustamente arrabbiato. Non vedo purtroppo la luce in fondo al tunnel”.
Il calcio di oggi le piace?
“Non tanto, il più delle volte mi annoia terribilmente”.
E il giornalismo?
“E’ molto cambiato. Il mio giudizio, al riguardo, è agrodolce. Vedo cose buone e altre meno”.
Il Frosinone, intanto, ha guadagnato nuovamente la A…
“Sono molto contento. Alla Ciociaria, del resto, mi legano bellissimi ricordi. Ho anche lavorato per alcuni anni nell’emittente Teleuniverso della splendida famiglia Magnapera. Il Frosinone si è riaffacciato prepotentemente alla scala del calcio, è un club ambizioso guidato da un grande presidente. Giusto così”.
Se non avesse fatto il giornalista?
“Chissà. Ho fatto Giurisprudenza all’università. Forse sarei diventato un avvocato penalista”.
Libero Marino
