Un ragazzo che fece della solidarietà una scelta di vita.
Ci sono vite che si consumano nell’arco di decenni senza lasciare tracce profonde e altre che, pur spezzate all’inizio del loro cammino, continuano a parlare alle coscienze molto tempo dopo la loro conclusione.
La storia di Edmondo Pelillo appartiene a queste ultime. A quarant’anni dalla sua tragica scomparsa, il suo ricordo conserva ancora oggi la forza discreta di un ragazzo d’altri tempi, che ha saputo vivere con coerenza, passione e una straordinaria attenzione nei confronti della famiglia e degli altri.
Il tempo trascorso non ha cancellato il ricordo di quella tragica mattina del 7 luglio 1986. Edmondo aveva vent’anni e stava assolvendo il servizio militare di leva presso il 57° Battaglione Fanteria Motorizzato “Abruzzi”, di stanza a Sora. A quasi due anni dal terremoto del 1984, le ferite del sisma erano ancora profonde. L’Esercito era impegnato a fianco delle istituzioni civili nelle attività di assistenza alle popolazioni del Frusinate colpite dal terremoto. Anche Edmondo era stato destinato a quella missione, prestando servizio nel Comune di Colfelice, dove svolgeva con dedizione il proprio compito al servizio della comunità.
La mattina del suo ultimo viaggio era diretto proprio lì. Non immaginava che quella strada sarebbe diventata il luogo in cui i suoi sogni si sarebbero infranti, lasciando un dolore profondo in tre intere comunità: Arce, dove aveva trascorso l’infanzia; Aquino, dove viveva la sua giovinezza; e Colfelice, che lo aveva visto giovane militare impegnato nelle attività di protezione civile. Sulla sinuosa strada regionale 82 Valle del Liri, nel territorio di Fontana Liri, un violentissimo impatto con un mezzo pesante pose tragicamente fine alla sua giovane esistenza. I quotidiani locali parlarono di un incidente stradale; chi lo aveva conosciuto, invece, sapeva di aver perso un amico, un punto di riferimento, una giovane vita ricca di promesse.
Edmondo aveva appena iniziato a costruire il proprio futuro, giovane perito chimico, curioso, preparato, desideroso di continuare a studiare e di trovare il proprio posto nella società. Ma ciò che colpiva maggiormente in lui non erano soltanto le capacità intellettuali. Era la sua profonda umana personalità.
Aveva il dono dell’ascolto, una naturale predisposizione ad aiutare gli altri e una sensibilità autentica verso le loro difficoltà. Non cercava riconoscimenti, non amava mettersi in mostra né coltivava ambizioni personali; Edmondo era convinto che ciascuno dovesse mettere a disposizione della collettività ciò che era in grado di offrire. Chiunque avesse bisogno di una mano o semplicemente disposto ad ascoltare sapeva di poter contare su di lui. La sua morte lasciò nello sconforto la madre Antonietta, già segnata dalla prematura perdita del marito, i fratelli, la sorella, i familiari e gli amici. Attoniti i militari della Caserma di Sora, che gli resero gli onori all’esequie.
Ne soffrirono profondamente anche i compagni della sezione del Partito Comunista Italiano di Aquino, dove Edmondo aveva trovato il luogo nel quale trasformare le proprie convinzioni morali in un concreto impegno civile. L’Italia degli anni Ottanta era un Paese profondamente diverso da quello di oggi. La politica, soprattutto nei piccoli centri, pur segnata da contrapposizioni spesso dure, era per molti giovani una palestra di partecipazione e di impegno civile. Le sezioni dei partiti rappresentavano luoghi di confronto, di formazione, di studio e di crescita personale e collettiva.
Era una politica fatta di confronto diretto, di assemblee e di tazebao affissi nelle piazze e nelle sezioni dei partiti. Ogni parola era pensata e pesata. Il dibattito poteva essere anche duro, ma si fondava sul confronto delle idee, non su messaggi lanciati d’impulso, come troppo spesso accade oggi nel dibattito sui social.
Si leggeva, si discuteva, si imparava a conoscere la Costituzione, le grandi questioni internazionali, i problemi del lavoro e delle periferie. Per molti ragazzi non costituivano soltanto sedi politiche, ma autentiche scuole di educazione politica e civica. Edmondo visse quella stagione con entusiasmo.
La sua adesione al Partito Comunista Italiano e l’incarico nella F.G.C.I. non furono scelte dettate dalla moda del momento né dalla ricerca di appartenenza. Era il punto di arrivo di una riflessione personale, maturata attraverso lo studio, il confronto e una sincera attenzione verso i problemi delle persone più fragili. Per lui il comunismo rappresentava innanzitutto un ideale di giustizia sociale. Significava battersi affinché il lavoro fosse rispettato, affinché l’istruzione fosse davvero accessibile a tutti, affinché nessuno venisse lasciato solo di fronte alle difficoltà economiche e sociali.
Edmondo Pelillo era convinto delle proprie idee, ma non pretendeva di imporle. Amava dialogare, ascoltare, confrontarsi; riteneva che anche chi aveva posizioni diverse potesse offrire argomenti sui quali riflettere.
La sua forza non risiedeva nella rigidità delle convinzioni, ma nella serenità con cui le sosteneva. Era comunista con la naturalezza di chi vive un ideale prima ancora di proclamarlo, credeva nella funzione della politica come strumento di emancipazione collettiva e non di affermazione individuale.
La politica, per lui, non era fatta di parole solenni o di appartenenze esibite. Era il tentativo quotidiano di rendere il mondo un luogo un po’ più giusto di come lo aveva trovato. Frequentava la sezione Aquinate del P.C.I. con entusiasmo, contribuiva all’organizzazione delle iniziative, parlava con i coetanei, cercava di coinvolgerli nella vita pubblica, convinto che l’indifferenza rappresentasse il più grande alleato di ogni ingiustizia.
Io stesso mi chiedevo da dove nascesse, in un ragazzo così giovane, una passione tanto autentica per la politica. Qualcuno l’avrebbe definita ingenuità; io vi ho sempre riconosciuto, invece, l’idealismo di chi credeva sinceramente che ciascuno, con il proprio impegno quotidiano, potesse lasciare un segno e rendere migliore la comunità in cui viveva. Edmondo apparteneva a quella generazione che vedeva nella partecipazione un dovere morale prima ancora che un diritto. Non si limitava a commentare la realtà, sentiva il bisogno di viverla e, se possibile, di migliorarla.
A quarant’anni dalla sua scomparsa, ciò che colpisce non è soltanto la tragedia di una vita spezzata troppo presto, ma la coerenza con cui un ragazzo aveva scelto di vivere il proprio tempo, trovando nel Partito Comunista il naturale punto di riferimento di una sensibilità che poneva al centro il lavoro, la giustizia sociale, l’uguaglianza e la solidarietà. Per lui la militanza non costituiva un fatto identitario o una semplice appartenenza politica. Significava rendersi utili, partecipare alla vita della propria comunità, mettere il bene comune davanti agli interessi personali. Ciò che rende ancora attuale il suo esempio è il modo con cui viveva le proprie convinzioni. Edmondo difendeva con fermezza le sue idee, ma rispettava profondamente chi la pensava diversamente, convinto che il dialogo fosse una ricchezza e non una debolezza.
La sua era una politica vissuta con naturalezza, quasi come una prosecuzione del proprio carattere. L’altruismo che dimostrava nella vita quotidiana era lo stesso che ritrovava nell’impegno civile. Non esisteva separazione tra la persona e il militante. Le sue idee non erano uno slogan da ripetere, ma un modo concreto di interpretare la realtà e di rapportarsi agli altri. Anche chi proveniva da esperienze politiche differenti non poteva fare a meno di riconoscere questa autenticità. La forza di Edmondo non risiedeva nell’appartenenza a un partito, ma nella credibilità della sua testimonianza personale. Convinceva non perché cercasse di persuadere, ma perché viveva fino in fondo ciò in cui credeva.
Quarant’anni dopo, la memoria di Edmondo non richiama soltanto il dolore per una giovane vita interrotta, ma invita a interrogarsi sul significato più profondo dell’essere cittadini. Il suo esempio ricorda che la politica può ancora essere servizio, responsabilità e dedizione al bene comune, purché sia sostenuta dall’onestà intellettuale, dal rispetto degli altri e dalla coerenza tra le idee professate e i comportamenti quotidiani.
È questa, probabilmente, l’eredità più preziosa che Edmondo Pelillo continua a consegnare a chi lo ha conosciuto e alle nuove generazioni: la convinzione che una vita, anche se breve, può lasciare un segno profondo quando è vissuta con passione, generosità e fedeltà ai propri ideali.
Abbiamo condiviso tanti giorni e percorso insieme quella strada molte volte. Quel mattino del 7 luglio 1986 il destino ha deciso che le nostre vie si dividessero. La sua si è interrotta troppo presto; la mia è continuata con il peso della sua assenza e con la certezza che il tempo non cancellerà mai il ricordo dell’amico che è stato.
Vilfredo Di Nardi
