Giovanni Arpino lo avrebbe definito “bracconiere di storie e personaggi”. Oggi è il narratore di sport più raffinato e versatile, capace di spaziare con sorprendente disinvoltura dal basket (il suo amore di sempre, che gli schiuse le porte della sua esaltante carriera) al calcio, passando per tennis, pugilato, rugby e tanto altro. Federico Buffa, classe 1959, emoziona sempre, qualsiasi disciplina affronti. Per anni è stato in bilico tra ragione (l’avvocatura, lui laureato in legge) e sentimento (il raccontare lo sport nelle sue mille sfaccettature): alla fine ha prevalso quest’ultimo. Mestiere che svolge con una straordinaria naturalezza, figlia di una cultura enciclopedica che trascende l’universo sportivo. Un personaggio dai molteplici ruoli: giornalista (lo diventò esattamente quarant’anni fa), telecronista, scrittore, perfino doppiatore. È un bulimico dello sport, di cui si ciba e per cui vive.
Un gigante dei giorni nostri, un aedo magnifico e, per dirla col noto critico Aldo Grasso, “uno capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni con uno stile avvolgente ed evocativo”. Un modo di raccontare storie, il suo, originalissimo e unico, con quell’eloquio elegante e composto in grado di destare la curiosità anche dello spettatore più distaccato e profano.
Riesco a strappargli due battute alla vigilia del suo spettacolo sul lungomare di Scauri. L’Arena Mallozzi, domenica 5 luglio, si illuminerà grazie ai suoi affascinanti racconti. Uno spettacolo, “Number 23”, dedicato a Michael Jordan che Buffa ha avuto il privilegio di commentare più volte all’alba della sua carriera, insieme al suo compagno di sempre, Flavio Tranquillo. Perché Buffa non si ferma mai, non conosce pause, è sempre pronto a stupire: un vero e proprio ambasciatore italiano di sport in giro per il mondo.
Qual è stato il momento di svolta della sua carriera?
“Non sapevo che cosa fare quando, all’inizio degli anni Novanta, il mio amico produttore di Telepiù, Andrea Bassani, grande appassionato di basket come me, decise di acquistare i diritti delle partite del basket collegiale americano e mi propose di commentarle insieme a Claudio Arrigoni. Io non esitai nemmeno un istante: piombai a Cologno Monzese e da lì iniziai a fare quello che sarebbe poi diventato il mio mestiere”.
Chi è stato il suo maestro?
“Ce ne sono tanti. In primo luogo Aldo Giordani, la voce del basket italiano per molto tempo insieme ai suoi redattori più importanti grazie ai quali sono diventato giornalista. Più recentemente, ho imparato molto da Guido Bagatta e dal mio partner di telecronaca Flavio Tranquillo”.
Torniamo all’attualità: dopo Latina, tornerà in terra pontina domenica prossima: che spettacolo sarà?
“Un viaggio lungo la straordinaria carriera di Michael Jordan. Uno dei campioni più significativi del Novecento insieme a Diego Armando Maradona, Muhammad Ali e Ayrton Senna. Uno spettacolo che lascerà molto spazio all’immaginazione, impreziosito dalle bellissime note di Alessandro Nidi”.
Che cosa ha rappresentato, per lei, Michael Jordan?
“Un fuoriclasse assoluto, un campione inarrivabile. I numeri devastanti parlano a suo favore. E, poi, le vittorie: sei finali NBA vinte, sei volte MVP. Un vero e proprio mito dello sport, rimasto popolarissimo, nonostante si sia ritirato oltre vent’anni fa”.
Parlando di calcio e dei Mondiali, ai quali lei, in passato, ha dedicato un libro: chi vede favorito per la vittoria finale?
“Non saprei, francamente sto seguendo molto poco”.
E l’Italia: che futuro intravede per il nostro movimento?
“Ha ragione Cesare Prandelli: bisognerebbe tornare ad allenare i calciatori e non le squadre”.
Lei ha raccontato tanti eventi sportivi: c’è una storia che le piace particolarmente?
“Nell’ambito calcistico, mi ha sempre affascinato il grande Torino. Più in generale, la vicenda umana e sportiva di Muhammad Ali”.
Se avesse avuto la possibilità di portare ai suoi microfoni qualche gigante del giornalismo del passato, chi avrebbe intervistato?
“Devo molto, come ho già detto, al mio maestro Aldo Giordani. Uno col quale parlerei molto volentieri è Gianni Minà, altro giornalista straordinario”.
Se non fosse diventato quello che è, quale mestiere avrebbe fatto?
“L’avvocato. Ma sarei stato un disastro”.
Libero Marino
