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    Home»Societ໓Spillo” Altobelli fa 70: “Che ricordi quella sera a Madrid, pronto a riabbracciare la mia Sonnino”
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    “Spillo” Altobelli fa 70: “Che ricordi quella sera a Madrid, pronto a riabbracciare la mia Sonnino”

    25 Novembre 20257 Mins Read
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    “E’ stato un opportunista silenzioso, non strappava le difese nell’area piccola, le anticipava o le colpiva sul secondo palo. Altobelli aveva grande qualità, dribblava in spazi stretti come fosse un fantasista, si apriva da solo la porta”. Così scrisse di lui un maestro del giornalismo sportivo come Mario Sconcerti. Un bomber di razza dal repertorio completo: ambidestro, era in possesso di un ottimo bagaglio tecnico ed era abile anche nel gioco aereo. Una storia singolare, quella di “Spillo”, iniziata all’alba degli anni Settanta da un piccolo paese della provincia di Latina, Sonnino, che tra qualche giorno celebrerà in grande stile i suoi primi 70 anni. Il giusto tributo della sua terra – che ricambiato ancora ama – a un campione capace, a suon di gol, di illustrare il nostro calcio e di fare grande l’Inter, a cui legò per due lustri il suo nome, fino allo scudetto del 1980. Quel ragazzo magro e riccioluto, venuto dalla provincia, esaudì così il sogno di ogni bambino: indossare la maglia della Nazionale. Altobelli fece di più realizzando, nell’indimenticabile notte di Madrid, la rete del 3-0, che ispirò la celebre esultanza del presidente Pertini. Il punto più alto di una carriera straordinaria, condita da 209 reti con la maglia dell’Inter che ne fanno il bomber nerazzurro più prolifico della storia dopo il sommo Meazza. Una carriera fatta di sacrifici, sudore, reti violate ed emozioni infinite che Altobelli, ai nostri microfoni, ripercorre a distanza di mezzo secolo.

     

    Si avvicina la grande festa per i suoi primi 70 anni…

    “Sì, hanno organizzato una “tre giorni” di eventi nella mia Sonnino, il luogo del mio cuore. Lì ho ancora mia madre Giovanna, che a dicembre compirà 90 anni. Una festa straordinaria in cui riabbraccerò tanti amici, non vedo l’ora di tornare”…

    Tutto, del resto, iniziò dal suo paese…

    “Sono passati più di cinquant’anni, quanti ricordi mi legano alla mia terra. A Sonnino ho iniziato a tirare i primi calci a un pallone grazie a Gaspare Ventre, il barbiere che aveva la sua attività in piazza. Il campo da calcio ancora non c’era e lì io e i miei amici ci sfidavamo in interminabili partitelle, fino a quando Gaspare mise in piedi una squadra fatta di tante belle promesse”.

    E il soprannome “Spillo” come nacque?

    “A coniarlo fu il mio maestro di scuola elementare che veniva a prendermi dopo gli allenamenti. Mi vedeva così esile e longilineo che mi affibbiò il nomignolo che mi avrebbe accompagnato per sempre. E che, alla fine, ha portato bene”.

    La svolta della sua carriera?

    “Un giorno venne da Latina un tizio, Nando Leonardi, che lavorava in Fiat. Arrivò a Sonnino a bordo di una 127, voleva che il sottoscritto e il mio compagno di squadra Giovanni Bernardini firmassimo per il Latina Calcio. Alla fine ci convinse con due banconote da cinquantamila lire. Mi misi subito in luce tra le file della Juniores, i miei gol non passarono inosservati e passai subito nella prima squadra che era stata appena promossa in serie C. In estate organizzarono un torneo a Latina, fu una vetrina inattesa. Qualche dirigente del Brescia mi notò e, di lì a poco, firmai con la società lombarda che all’epoca militava in B, prima di un provino sfortunato nel Cesena allora diretto da Bersellini”.

    A proposito di Latina: Vincenzo D’Amico?

    “Un altro straordinario talento. Ha illustrato la nostra terra e non solo. Campione d’Italia, giovanissimo, con la sua Lazio, Vincenzino avrebbe meritato molto di più. Abbiamo condiviso tante belle esperienze, servizio militare compreso. Un calciatore fantastico, che grande dispiacere quando se n’è andato”…

    In Lombardia sarebbe rimasto finendo all’Inter…

    “Un sogno che si avverava, quei colori erano evidentemente nel mio destino. Finii in nerazzurro grazie a Mazzola e Beltrami. Fin da bambino ho sempre tifato per l’Inter, retaggio di quello squadrone la cui formazione recito ancora oggi a memoria: “Sarti, Burgnich, Facchetti”… Un matrimonio meraviglioso durato ben 11 anni. Con l’Inter ho vinto coppe e scudetti e ho ritrovato Eugenio Bersellini, uno dei miei grandi maestri. Di Facchetti, poi, sono stato anche compagno di squadra”.

    Un aggettivo per lui?

    “Giacinto è stato inimitabile”.

    I ricordi più belli della sua lunga esperienza nerazzurra?

    “Nella stagione dello scudetto (novembre 1979) firmai una clamorosa tripletta alla Juve. Ma il gol che porto nel cuore è uno contro il Nantes in una sfida di Coppa”.

    Facciamo un po’ di amarcord: Spagna ’82…

    “Ricordi straordinari. Volevo lasciare il segno e ci sono riuscito proprio in finale contro i tedeschi. Firmai il gol dell’apoteosi finale, quello della tranquillità, dopo le prodezze di Rossi e Tardelli. Ebbi la fortuna di giocare quasi tutta la partita contro la Germania Ovest, complice l’infortunio di Graziani: una notte indimenticabile”.

    Una gara che non era iniziata bene: che cosa pensò dopo l’errore dal dischetto di Cabrini?

    “L’azione nacque da una mia iniziativa. Fui io a indirizzare il pallone verso Conti, il cui atterramento in area propiziò l’occasione dal dischetto. Antonio era il rigorista ma sbagliò. Rientrammo dagli spogliatoi più indiavolati di prima e, nel secondo tempo, facemmo i famosi tre gol. Ancora oggi prendo in giro Antonio tutte le volte che mi viene a trovare a Brescia”…

    E Bearzot? 

    “Un padre per tutti noi, fu fondamentale, senza di lui non saremmo mai riusciti a centrare quell’impresa. Come Zoff e Scirea, due uomini veri e fratelli maggiori per me”.

    E’ tempo di compleanni ma anche di anniversari tristi, cinque anni fa uscivano di scena Maradona prima e Rossi dopo: un suo ricordo?

    “Campioni straordinari. Maradona è stato unico e inarrivabile, nessuno come lui. Paolo è stato un bomber infallibile, uno dei più forti di sempre nel suo ruolo. Perdite dolorose, li ricordo entrambi con grande affetto”.

    Il calcio italiano, nonostante le ultime delusioni, le piace ancora?

    “Abbastanza. Viviamo un momento delicato, non c’è dubbio, come testimoniano i recenti risultati della nostra Nazionale. Speriamo di qualificarci per i prossimi Mondiali, siamo l’Italia, una squadra importante che comunque annovera diversi buoni giocatori. Io, nonostante tutto, resto fiducioso”.

    Perchè il nostro calcio è in crisi?

    “Bella domanda. Credo che il nostro amato football debba tornare alle origini. Bisogna insistere tanto sulla tecnica, oggi non mi sembra che si lavori molto in questa direzione. La strada per migliorare è ancora lunga”.

    Pio Esposito è l’attaccante del nostro futuro?

    “Lo conosco bene, vive anche lui a Brescia. E’ un ragazzo molto interessante, sono convinto che all’Inter farà bene, anche se non è facile trovare spazio con due bomber straordinari come Lautaro e Thuram. Vedremo”…

    Un suo grande cruccio?

    “Trapattoni e Pellegrini furono la mia rovina. Dopo 11 anni di Inter indossai per un anno la maglia della Juve. Fui quasi costretto ad accettare l’invito di Boniperti. Il Trap e il presidente non mi volevano più a Milano, avevano paura che la mia personalità li oscurasse”.

    Ha mai pensato di allenare?

    “No. Ho conseguito i patentini a Coverciano, avrei ancora tutte le carte in regola, ma allenare non è stato mai il mio pallino. Ho preferito cimentarmi nelle vesti di commentatore tv tra Rai e Mediaset, fino al Qatar”.

    Ora dove commenta?

    “Racconto, ogni tanto, il calcio in una emittente del Kuwait. Raccontare quello che vedi è facile, l’importante è non essere di parte”.

    E la politica?

    “Era il 1990, avevo appena smesso di giocare, quando un mio amico mi propose di candidarmi in Lombardia. Fui eletto, di quella esperienza conservo bei ricordi, ma durò poco: ben presto mi accorsi che la politica non era per me”.

    Brescia è l’altro luogo del cuore dopo Sonnino…

    “Sì, è la mia città d’adozione dove mi sono sempre trovato benissimo. A Brescia ho conosciuto anche mia moglie. Oggi mi dedico volentieri ai miei nipoti. I miei due figli Andrea e Mattia vivono praticamente con me, sono circondato ogni giorno dall’affetto della mia famiglia. Sono un pensionato felice”.

    https://www.ilcalcioquotidiano.it/ (intervista a cura di Libero Marino, foto in alto LaPresse)

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