Ha scritto la storia del calcio intingendo la sua penna nella classe e nell’eleganza. Lo ha fatto con stile, scortato da un bagaglio tecnico immenso. Ha vinto tutto, è stato il primo calciatore italiano a vincere il Pallone d’Oro in quel 1969 magico, condito anche da una Coppa Campioni e una Intercontinentale. Gianni Rivera, classe 1943, è l’eterno “Golden Boy” del nostro calcio. Un fuoriclasse senza tempo, capace di meraviglie balistiche impossibili e di reti memorabili, come il gol che suggellò quell’Italia Germania 4 a 3 passata alla storia.
Un genio del football, incisivo, euclideo, con buona pace del sommo Gianni Brera che lo definì “Abatino”, a sottolinearne una presunta idiosincrasia alla lotta, alla fatica in campo. Gianni Rivera ha illuminato per circa cinque lustri il nostro football, è stato il dieci per antonomasia, il ruolo della fantasia al potere e del cervello al servizio dei compagni. Ha regalato bagliori accecanti in un firmamento calcistico non sempre luminoso.
Ma è stato anche l’uomo dei dualismi, quello della staffetta con Sandro Mazzola, scelta che scatenò polemiche mai sopite. Ma anche, una volta uscito di scena, il politico mite e giudizioso, fino all’incarico, ironia della sorte, di sottosegretario alla Difesa, lui portato per natura a offendere violando le porte avversarie. È stato non solo la bandiera del Milan, ma anche l’icona di un intero movimento calcistico che oggi avrebbe bisogno di uno così.
Partiamo dalle origini: quando capì di essere un predestinato?
“Molto presto. Non avevo ancora compiuto sedici anni, quando esordii in serie A con la squadra della mia città: l’Alessandria. Poi disputai le Olimpiadi e arrivò la chiamata del Milan, preludio della mia straordinaria carriera”.
Condita da mille successi: il suo momento più esaltante?
“Ce ne sono tanti, dal Pallone d’Oro ai tantissimi trofei. Ma la partita per antonomasia fu contro la Germania ai Mondiali del 1970. Quella messicana fu una sfida storica, e non solo per me: in pochi attimi passammo dall’inferno al paradiso. È la bellezza del football”.
Un giudizio sui suoi mentori calcistici: Gipo Viani e Nereo Rocco.
“Personaggi straordinari e fini intenditori di calcio. Viani era un grande allenatore ma era troppo manesco e passò a fare il dirigente. Rocco aveva un’empatia straordinaria con i calciatori, era quasi automatico diventasse un allenatore di calcio”.
Come visse il dualismo con Mazzola?
“La nostra presunta rivalità consisteva nel fatto che Sandro era capitano dell’Inter e io del Milan. I nostri rapporti, in realtà, erano buoni. Entrambi non abbiamo mai capito perché non giocammo insieme in Messico, mentre in Corea prima e in Germania dopo questo non accadde. Avevamo caratteristiche diverse, dal punto di vista tattico non ci sarebbero stati problemi”.
Lei finì anche al centro di alcune polemiche: perché Gianni Brera la definì “Abatino”?
“Mi chiamava così perché evidentemente non avevo il fisico di Nordahl. Brera all’epoca aveva bisogno di un personaggio come me per costruirsi una certa fama, ma la sua definizione non mi creò particolari problemi”.
E Beppe Viola?
“Un altro grande fuoriclasse del giornalismo sportivo. Con lui nacque subito un grande feeling, c’era tra noi una stima reciproca. A un certo punto si inventò quella bellissima intervista sul tram cui io mi prestai molto volentieri. Un gigante”.
Il dieci è il numero per eccellenza: quanto è cambiato il ruolo rispetto ai suoi tempi?
“Tanto. Prima quella maglia era quasi sacra, la indossava chi aveva qualità superiori, fuori dal comune. Oggi non mi pare sia più così”.
Le piace il calcio di oggi?
“Lo seguo ancora, ma senza il trasporto di qualche anno fa. La disciplina è cambiata molto, è una questione di mentalità: le squadre invece di avanzare indietreggiano e faccio fatica a capirne il meccanismo. Per godere di qualche emozione bisogna aspettare la seconda parte della ripresa, quando le formazioni si allungano un po’ di più”.
Chi è stato il più forte di sempre?
“Pelè. Se non ci fosse stato il calcio, lo avrebbe inventato lui”.
Il difensore che più l’ha messa in difficoltà?
“Tutti quelli che mi abbracciavano invece di ringhiarmi sulle gambe”.
Lei, dopo il calcio, si è cimentato anche nella politica: chi è il Rivera della nostra scena pubblica?
“Non saprei… La politica è una cosa bella, fu un’esperienza lunga e stimolante durata un anno di più della mia parabola calcistica”.
Con Berlusconi non sbocciò mai l’amore: per quale motivo?
“Bisognerebbe chiedere a lui, ma ormai”…
E Andreotti?
“Personaggio straordinario. A un certo punto coniò la famosa frase sul potere destinata a fare scuola”.
Temo fa ha dichiarato che sarebbe stato disposto ad allenare la Nazionale: lo pensa ancora?
“Certamente. Mica devo giocare io. Farei come Liedholm: impartirei gli ordini stando comodamente seduto in panchina”.
Il suo più grande rimpianto?
“Difficile rispondere. Se alla mia epoca ci fosse stato il VAR, forse avremmo vinto tre scudetti in più.”
Chi vincerà il prossimo scudetto?
“Non sono in grado di valutare perché non vedo tutte le partite. Ho ancora una certa simpatia per il Milan, staremo a vedere”…
Libero Marino
