Otto Mondiali con la Gazzetta dello Sport. L’unico giornalista della “Rosea” a poter vantare un simile curriculum. Cinquant’anni al servizio del lettore, che ha onorato con la sua penna competente ed elegante. La sua lunga storia giornalistica l’ha compendiata mirabilmente nel suo ultimo lavoro, “Dal vostro inviato” (edito da ultrasport nel 2025): un gigante del giornalismo in mezzo ai grandissimi del football, e non solo. Lui è Alberto Cerruti, milanese, classe 1952.
A dispetto di un’anagrafe non più giovanissima, mi risponde al telefono con l’entusiasmo di un ragazzino. L’intervista è figlia del nostro recente incontro di Sonnino, la patria di “Spillo” Altobelli. Cerruti era il padrone di casa della kermesse dedicata all’ex bomber nerazzurro (e azzurro) che, lo scorso novembre, spense la candelina numero 70. La festa in terra pontina diede così il “la” alla nostra chiacchierata.
Cerruti mi racconta e si racconta con passione e invidiabile lucidità ripercorrendo le tappe più significative della sua luminosa carriera. Fatta di viaggi (la sua passione più grande), articoli, personaggi, giornali, incontri e tanto altro. Dagli esordi fino al 2023, anno del suo definitivo congedo, il giornalista meneghino è una cornucopia di aneddoti e numeri che snocciola e rivendica con orgoglio.
Perchè lui ha avuto il privilegio di vivere l’età più bella del nostro giornalismo sportivo, quando a dominare la scena erano i Brera, i Cannavò, i Palumbo e gli Arpino. Un giornalismo con la G maiuscola, autentico, genuino e privo di filtri.
Quando iniziò ad avvicinarsi al giornalismo?
“La mia fu una passione precoce. Intorno ai 13 anni mi divertivo a scrivere su un improvvisato giornalino che io chiamai scherzosamente “Quattro risate”: un foglio a quadretti dove ricopiavo le notizie del Corriere della Sera e sul quale incollavo le vignette ritagliate dalla Settimana Enigmistica. Dopo iniziai a comprare assiduamente la Gazzetta appassionandomi sempre più di calcio”.
Una passione che avrebbe poi trasformato in professione…
“Gli inizi non furono facili. Frequentavo il liceo classico “Alessandro Manzoni” di Milano, lo stesso di Cinzia, la figlia di Enzo Bearzot. Era il 1968, avevo sedici anni, e il futuro ct della Nazionale era il vice di Valcareggi. Già sognavo di fare l’inviato. Scrissi, invano, una serie di lettere alla Gazzetta. Molto tempo dopo mi rispose l’allora direttore, il grande Gualtiero Zanetti, dicendomi che ero troppo giovane e che dovevo pensare prima a conseguire il diploma liceale”.
E poi?
“Un paio di anni più tardi mi riaffacciai in piazza Cavour, l’allora sede della Gazzetta, e lo stesso Zanetti mi respinse nuovamente invitandomi a finire il servizio militare. Per il giornalismo, eventualmente, se ne sarebbe parlato dopo. Mi iscrissi così a Giurisprudenza alla Cattolica di Milano: era un modo per dimostrare ai miei genitori che, in qualche misura, ero impegnato negli studi. Ma a me interessava solo il giornalismo”.
La svolta quando avvenne?
“Mia madre, un giorno, tornando a casa mi fece: “l’Ambrogio (il suo parrucchiere, ndr) conosce un tizio che ha agganci con la “Milanese”, una piccola società di Milano. Senza troppa fiducia andai dal presidente, il dottor Giacomini, che mi presentò la sua squadra di lavoro: un gruppo di ragazzi che scrivevano delle cronache di poche righe sul calcio locale che venivano pubblicate, il lunedì, sulla Gazzetta di Milano, un piccolo inserto della “Rosea”. Scrissi anch’io, senza firma, dieci righe a macchina e le portai a Maurizio Mosca”.
Il grande giornalista e show man…
“Sì, fu lui in sostanza ad aprirmi le porte del giornale. Era il 1973. Un personaggio straordinario, la cui immagine è rimasta legata per anni alla tv. Ma Maurizio era anche e soprattutto un grande giornalista e conoscitore di boxe come pochi. Ricordo che nel suo ufficio sono transitati tanti campioni come Benvenuti e manager importanti come Branchini. Mosca è stato un uomo che io porterò sempre nel cuore. In tutte le stagioni lo trovavi sempre in giacca, cravatta e mocassini. Una volta si presentò così anche in gita sulla neve tra l’ilarità generale. Indimenticabile”.
Le sue prime esperienze?
“Il mio ingresso alla Gazzetta risale all’aprile del 1974. La mia prima esperienza in assoluto fu il 5 maggio, pochi giorni dopo la firma ufficiale del mio contratto avvenuta il 2 maggio. Era una domenica sera e mi mandarono all’aeroporto di Orio al Serio per capire se Giorgio Chinaglia fosse partito alla volta degli Stati Uniti. Chinaglia non c’era e riferii tutto al giornale. Una settimana dopo la Lazio, grazie al suo celebre rigore contro il Foggia, si laureò campione d’Italia”.
E il primo pezzo?
“Giugno 1974. Il mio collega e amico Franco Bonera era diretto a Stoccarda per i Mondiali di Germania. Al suo posto il caposervizio Angelo Garavaglia mi incaricò di intervistare i tre nuovi acquisti del Milan: Egidio Calloni, capocannoniere in serie B col Varese, il difensore Filippo Citterio e l’ala destra Duino Gorin. Li intervistai nel centro dove svolgevano le visite mediche. E così, il 19 giugno, a pagina 11, comparve la mia prima firma ufficiale sulla Gazzetta dello Sport la cui direzione, nel frattempo, era passata a Giorgio Mottana”.
L’inizio di un amore durato cinquant’anni: i suoi momenti più esaltanti?
“Senza dubbio i due Mondiali del 1982 e 2006. Quello spagnolo fu il mio esordio, ero giovane, avevo l’età dei calciatori. Emozioni indimenticabili. Ricordo i momenti a bordo piscina con i ragazzi di Bearzot nell’hotel sopra la collina di Barcellona. Intervistavo tutti i giorni Zoff. Con i giocatori c’era molta confidenza ed empatia, cose impensabili oggi. Quelli del 2006 li ho vissuti da protagonista, due anni prima ero diventato la prima firma del giornale ed ero il capitano della squadra della Gazzetta in Germania”.
Ha un cruccio?
“Ho lavorato in Gazzetta fino al 2023. Forse l’unico rammarico è quello di aver terminato a pochi mesi dall’anniversario numero 50 della mia lunga e gratificante carriera. Ma sono soddisfatto lo stesso”.
Una carriera che l’ha vista “a tu per tu” con tanti campioni: i suoi ricordi più belli?
“Ce ne sono tanti. Una cosa di cui sono particolarmente orgoglioso è l’intervista a Maradona. Era il 1983, Diego vestiva ancora la maglia del Barcellona e mi confidò che sarebbe andato volentieri a Napoli dove avrebbe ritrovato il suo connazionale Ramon Diaz. L’anno dopo fu acquistato da Ferlaino e la sua storia la conoscete tutti”.
Ha coronato il suo sogno, quello di fare l’inviato girando per il mondo: la sua città del cuore?
“Madrid. La città del trionfo del 1982, la mia prima grande esperienza professionale. Poi lì ho anche conosciuto mia moglie…”
I presidenti?
“Berlusconi su tutti. E’ stato sempre un gentiluomo con me. Spesso sono stato ospite della sua villa di Arcore. Parlava di football con grande competenza. Peccato per l’ultima parte della sua vita dove, a mio avviso, è stato mal consigliato.”
E Agnelli?
“L’Avvocato l’ho conosciuto di meno. Lo incontrai in tribuna a Torino. Si intrattenne a parlare proprio con Berlusconi dopo uno Juve – Milan vinto dai rossoneri con rete di Gullit. Fu un bel siparietto che io, il giorno dopo, riportai sulle pagine della “Rosea”.
I giornalisti?
“Franco Mentana, il padre di Enrico, è stato il mio importante punto di riferimento. Ma il più grande, per me, è stato Gino Palumbo, espressione di quella scuola napoletana invisa a Gianni Brera, che fu compagno di classe di mio padre. Palumbo è stato un innovatore straordinario, un rivoluzionario che fece svoltare la Gazzetta. Ricordo che, ai Mondiali del 1982, in pieno silenzio stampa, si inventò le interviste alle mogli dei calciatori. Un altro che ha creduto in me è stato Lodovico Maradei. E poi Mario Pennacchia, mio compagno di viaggio per un decennio. Altro maestro indimenticabile, il nostro Papa di Roma”.
Capitolo allenatori: per chi aveva un debole?
“Diversi. Ma la straordinaria umanità di Enzo Bearzot non sarà mai eguagliata”.
A proposito di allenatori: oggi chi vedrebbe sulla panchina azzurra?
“Sogno un duo composto da Ranieri e Baldini. Il primo, dall’alto della sua lunga esperienza, sarebbe in grado di fornire i giusti consigli per far bene. Un po’ come Bernardini dopo la disfatta del 1974. Baldini, per me, sarebbe l’uomo giusto al momento giusto”.
Perchè il nostro calcio è in crisi?
“Bisogna ripartire dalle basi. Serve un sistema nuovo capace di risollevare il nostro movimento. La crisi del nostro calcio nasce anche dalla mancanza di figure di riferimento. Una volta c’erano i Franchi e i Sordillo. Oggi tocca a Malagò: grande presidente, per carità, ma è uno che si ricicla sempre. Dovrà essere capace di creare una squadra vera, solo lui non basta. Occorre favorire l’impiego dei nostri ragazzi, bisogna coltivare bene il loro talento e aprire a tutti le scuole calcio. Questa, a mio giudizio, è la medicina giusta”.
E il nostro giornalismo?
“Un altro grido di dolore. Prima i giornali erano protagonisti, oggi sono diventati gregari della nostra società. Ai miei tempi i giornali attaccavano e non subivano, se c’era da prendere posizioni scomode lo si faceva con coraggio e personalità. Oggi ci sono più cronache che commenti. I giornali hanno perso il peso di una volta. E poi, diciamolo francamente, da quando è arrivato internet non li legge più nessuno”.
Da anni si è cimentato anche in radio: come si trova?
“Benissimo. E’ la mia dimensione più congeniale. Da ragazzo sognavo di fare il radiocronista. Un giorno Riccardo Cucchi mi propose “Radio anch’io sport”, la trasmissione del lunedì mattina di Rai Radio 1. La radio è affascinante, nulla a che vedere con la tv”.
Se non avesse fatto il giornalista?
“Non so. Sicuramente un lavoro che mi avrebbe consentito di viaggiare”.
Libero Marino
