Prima tesi: la Pietra Filosofale non esiste. Ovvero: non c’è un metodo di insegnamento valido universalmente od oggettivamente inadeguato. Tutto dipende dai contesti: dalle materie che si insegnano, dai docenti che le insegnano, dagli studenti a cui ci si rivolge. Pensare che esista un unico approccio in grado di far fare un salto qualitativo alla didattica è un atteggiamento dogmatico.
Seconda tesi: applicare un identico metodo senza considerare la varietà dei contesti significa fare ideologia. Esempio pratico: la Didattica per Ambienti di Apprendimento. È sbagliato far spostare gli alunni da un’aula all’altra durante il cambio dell’ora? In teoria no e, anzi, diversi neurologi hanno sostenuto che, così facendo, si potrà migliorare la loro soglia attentiva. Tuttavia, se applichiamo quest’approccio a una palazzina strutturata su più piani – e molte scuole italiane sono site in edifici simili –, non si fa altro che sottrarre tempo alla didattica e aumentare il rischio di incidenti.
Terza tesi: le attività extra-didattiche funzionano quando sono coordinate con la didattica. Non ha senso, in una settimana, incontrare un andrologo, un esperto di pet therapy e un amante della pesca subacquea. Ha senso, invece, pensare che, al termine di un’unità di apprendimento su Gabriele D’Annunzio, la classe visiti il Vittoriale o ascolti una conferenza di Giordano Bruno Guerri.
Quarta tesi: la cittadinanza si forma anche attraverso la cultura. Se si pensa che la cultura – e, dunque, lo studio delle discipline – non abbia ricaduta alcuna sulla formazione del cittadino, c’è da chiedersi a che serve studiare Dante o la fisica quantistica.
Quinta tesi: gli studenti che provengono da contesti socio-culturali ed economici svantaggiati devono studiare di più dei figli di papà. Farli studiare di meno a causa delle loro pur oggettive difficoltà è una forma di paternalismo bonario che nasconde un atteggiamento classista. Don Milani, a Barbiana, faceva esattamente questo: dodici ore di studio senza ricreazione.
Sesta tesi: tra l’inclusione e l’uguaglianza, meglio l’uguaglianza. “Includere” qualcuno significa dargli accesso a una realtà in cui si trovano anche gli altri. Rendere quel qualcuno “uguale” agli altri significa dargli gli strumenti per decidere da solo se vuole o non vuole stare in quella realtà.
Settima tesi: la scuola non può rispondere alle logiche di un’azienda. In un esercizio commerciale, il cliente ha, se non sempre, almeno quasi sempre ragione, perché è lui che porta i soldi. In una scuola, un professore deve, per contratto, far fare agli alunni una cosa che, normalmente, non farebbero: studiare. Il che è un po’ come dire che deve dargli perlopiù torto. Se l’alunno è un cliente – e, dunque, ha quasi sempre ragione –, però, il professore, semplicemente, non può fare il suo lavoro.
Ottava tesi: il fatalismo è l’antitesi della scuola. Gli istituti scolastici esistono perché si dà per assodato che, intervenendo sulla realtà – nel caso specifico: quella studentesca –, sia possibile migliorarla. Dire che “le cose stanno così”, che “non c’è niente da fare” e che “questo è il sistema e non lo si può cambiare” significa non sapere che lavoro si sta facendo. O, forse, saperlo e fingere di ignorarlo.
Nona tesi: l’unione fa la forza. Se manca l’unione, però, ci si muove da soli.
Decima tesi: l’insegnamento non è una missione. I missionari, per scelta, non hanno stipendio né diritti. Gli insegnanti devono avere entrambi.
Undicesima tesi: i docenti devono avere la schiena dritta. Non basta essere preparati. Bisogna anche saper parlare francamente con alunni, genitori e dirigenti. Non bisogna pensare ad attaccare l’asino dove vuole il padrone. Non bisogna avere padroni.
Tommaso Di Brango
