A prima vista, Il paese dei semplici è un romanzo breve – o, volendo, un racconto lungo – di impianto realistico. Se lo si legge tra le righe, però, risulta chiaro che la sola realtà che Paolo Secondini ha inteso narrare, con esso, è quella dei sogni ad occhi aperti del protagonista, Francesco Fideli, medico condotto di un paesino di provincia nell’Italia degli anni Cinquanta.

Il punto di focalizzazione dell’intero racconto coincide, infatti, con la prospettiva di questo bonario uomo di scienza che, mentre attraversa in bicicletta le campagne che lo separano dalle case dei suoi pazienti contadini, si guarda attorno e legge tutto quel che vede alla luce delle sue categorie culturali e morali, finendo inevitabilmente per travisare il senso di quel che vede.

Si pensi, per esempio, a quando Fideli, pur avendo capito che un suo paziente ha l’attitudine a picchiare «di santa ragione» ma «mai duramente» i figli, si lancia in una sincera attestazione di stima, attribuendo quella violenza a una ruvidezza che, però, non annulla la bontà del suo interlocutore («“Mia moglie ogni tanto fa volare qualche scappellotto. Ha due braccia robuste quella là”. “Già!

Ma ha anche un cuore grande, almeno quanto il tuo”»). Oppure, ancora, si leggano le pagine in cui Fideli si meraviglia della testarda riottosità alle medicine di un’anziana “scioglitrice” di malocchi, la quale sembra più legata a una sorta di romantico attaccamento alla tradizione popolare che al buon senso suggerito dalla moderna scienza medica («(…) “Perché, Maddalena, non vi fidate delle mie medicine?”. Un leggero sorriso distese le labbra della vecchia. “Non è che non mi fidi. Voi siete un ottimo medico… E’ un’usanza nostra, una tradizione… Oggi sono pochi quelli che ciarmano o sciolgono i malocchi. Se quest’usanza deve finire, almeno muoia con noi»).

Come i brani sopra riportati lasciano chiaramente intendere, a monte di questo fraintendimento e di questi vicoli ciechi nella comunicazione c’è la distanza sociale e culturale che intercorre tra Fideli e i suoi interlocutori. Uomo di estrazione borghese e di raffinati studi scientifici, infatti, questo generoso medico condotto vede nelle sofferenze dei contadini il segno di un loro presunto primato morale («“Gente laboriosa,” pensò, “gente che soffre”») e, quindi, anche una sorta di scusante alle pur evidenti contraddizioni del loro mondo.

L’illusione costituita da questo “paese dei semplici”, in cui non esistono padroni e “sopracciò” e sembra prendere consistenza storica il mito rousseauiano del “buon selvaggio”, è però destinata a infrangersi quando Fideli, durante la sua solita passeggiata serale, scopre che un suo paziente alcolizzato ha commesso un furto di denaro per pagarsi il vino. In quel momento, infatti, il medico resta senza parole («Il dottore non disse più nulla»), in un silenzio che esprime lo sbigottimento di un animo generoso di fronte a un’evidenza che, pure, risulterebbe elementare a un occhio spassionatamente realista: il male è di casa anche nel “paese dei semplici”.

Quando la realtà reclama i suoi diritti e l’idillio cede il passo all’apparire della spontanea crudeltà degli uomini, però, la vista, paradossalmente, si appanna («La nebbia era fitta, sembrava che piovesse») e il racconto si esaurisce. Forse perché – questo sembra intendere Secondini, che nel Paese dei semplici ha inserito molti ed evidenti richiami alla figura di suo padre, stimato medico condotto nella Aquino postbellica – certe persone possono “addomesticare” la vita solo filtrandola attraverso le lenti del sogno.

 

Tommaso Di Brango