Il mio rapporto con Francesco Guccini è iniziato durante l’adolescenza. Non si è trattato, ovviamente, di un rapporto personale: non ho mai incontrato dal vivo il “Maestrone” di Pavana e nemmeno ho mai assistito a un suo concerto. Si è trattato, piuttosto, di un continuo confronto, per così dire, culturale: quello che un ragazzino che sta scoprendo il mondo, quale io ero, ingaggia con un maestro della canzone e della poesia contemporanea. E sì: ho detto “poesia”. Non solo “canzone”. Perché aveva ragione Benedetto Croce: la poesia si trova solo in piccola parte nei libri scritti in versi. Molto del rimanente – che non è un rimanente residuale, oltretutto – sta fuori da quelle pagine e si trova nei film, nei paesaggi, nelle storie di tutti i giorni. A volte, anche nelle canzoni.
Ma di quale poesia è stato maestro Francesco Guccini? Più di qualcuno, a tutta prima, potrebbe dire che il suo pezzo forte erano l’ideologia e la passione politica, ma non è vero. Certo, canzoni come “Dio è morto” e “La locomotiva” nascevano dai problemi politici del loro tempo, ovvero nel ’68, nella lotta per il rinnovamento dei costumi e nella contestazione operaia alla classe dei “padroni”. Ma in effetti, a leggerle con attenzione, le parole di quei brani contenevano molto altro. Penso, per esempio, al desiderio di rivendicare la propria individualità di fronte al conformismo gregario delle masse e al cammino apparentemente ineluttabile della storia (ce li ricordiamo i tre attacchi di “Dio è morto”? Prima c’è “Ho visto”, poi c’è “Mi han detto”, infine c’è “Io penso”); oppure, ancora, penso al legame con le radici familiari tosco-emiliane (non era bolognese, il Pietro Rigosi che, nella “Locomotiva”, diventava quasi un nuovo Enea?).
La politica, insomma, entra in queste canzoni dalla porta, ma quella porta conduce a un edificio – che potremmo definire la “poetica gucciniana” – che risponde a un modo di essere, più che a una militanza partitica o ideologica. E che modo di essere è, quello rappresentato da questa poetica? La risposta a questa domanda, secondo me, oscilla tra due poli opposti, che probabilmente neanche Guccini ha mai focalizzato troppo bene: il donchisciottismo da un lato e la protesta di Cyrano dall’altro. Non a caso, due tra le più belle canzoni del “Maestrone” sono proprio “Cyrano” e “Don Chisciotte”: da un lato l’eroe del “non perdono e tocco”, consapevole della propria superiorità sul mondo che lo circonda (“tornate a casa, nani, / levatevi davanti, / per la mia rabbia enorme / mi servono giganti”); dall’altro l’anti-eroe che, pur avendo sotto gli occhi la dura realtà delle cose, rifiuta di scendere a patti col mondo e sceglie di lottare contro quelli che sa essere soltanto dei mulini a vento (“preferisco le sorprese di quest’anima tiranna”).
Cyrano usa la penna come una spada e nessuno sa resistergli (“coi furbi e i prepotenti / da sempre mi balocco”), ma alla fine soffre la solitudine del giusto. Don Chisciotte sceglie quella solitudine in forme anche più radicali (Cyrano, almeno, Rossana ce l’ha: lui deve accontentarsi di vagare con Sancho Panza) perché sa che la sconfitta eroica è tutto il suo destino.
E ora che ho menzionato le dame amate da questi bizzarri cavalieri solitari, sarà il caso di dire qualcosa sulle canzoni d’amore di Guccini. Qui, forse, però, il paradigma cambia: non sono più Cyrano e Don Chisciotte, ma è Madame Bovary a farla da padrona. Si pensi a “Vedi cara”, dove la crisi di coppia non ha cause precise ma è più sintomo di un malessere esistenziale, come una confessione dell’insufficienza della realtà quotidiana (“certe crisi son soltanto / segno di qualcosa dentro / che sta urlando per uscire”); oppure, ancora, si pensi ad “Autogrill”, dove un viandante anonimo vede una bella ragazza che serve al bancone e sogna di diventare il protagonista di un amore da film (“nel gioco avrei voluto dirle: Senti, senti… / io ti vorrei parlare! / Poi, prendendo la sua mano sopra il banco: / Non so dove cominciare!”).
Un immaginario, questo, che spesso si mette a guardare indietro nel tempo e cerca i suoi miti nella storia (“Asia”, “Cristoforo Colombo”) fino ad arrivare alla Bibbia e alla tradizione religiosa, che forse è la principale fonte del linguaggio gucciniano. A volte, i rimandi sono espliciti: “Shomèr ma mi-llailah?” è un versetto di Isaia; “Libera Nos Domine” è una celebre formula di invocazione e preghiera cristiana. Ma è forse in una canzone meno nota come “Per fare un uomo”, solitamente affidata ai Nomadi e a Caterina Caselli, che questi inserti di linguaggio biblico risultano meglio riusciti da parte di Francesco Guccini. Chi ascolta con attenzione, non può infatti non riconoscervi il messaggio agrodolce del libro di Qoelet, meglio noto come Ecclesiaste: “E cade la pioggia e cambia ogni cosa, / la morte e la vita non cambiano mai. / L’inverno è tornato, l’estate è finita, / la morte e la vita rimangono uguali”. Quella stessa morte e quella stessa vita che rimangono uguali per noi, che oggi abbiamo appreso che Francesco Guccini è andato via “come fanno gli uccelli, / che dove vanno nessuno lo sa”.
Tommaso Di Brango
