Close Menu
    Facebook
    Facebook
    AquinoCresce
    Login
    • Home
    • Categorie
      • Cultura
      • Società
      • Politica
      • Sport
    • Appunti, storie e memorie

      Storie di sport e giornalismo: intervista a Giorgio Porrà

      25 Luglio 2026

      Intervista a Luigi Filippo Morelli: “La passione per la moda, Gattinoni e la mia Aquino”

      13 Luglio 2026

      Storie di calcio e di campioni: intervista a Gianni Rivera

      13 Luglio 2026

      Storie di sport e giornalismo: intervista a Francesco Repice

      12 Luglio 2026

      Scatti d’Autore – Prospettive uniche per luoghi speciali

      7 Luglio 2026
    • Scatti d’Autore
    • Numeri utili
    • Contatti
    AquinoCresce
    Home»Storie»Intervista a Luigi Filippo Morelli: “La passione per la moda, Gattinoni e la mia Aquino”
    Storie

    Intervista a Luigi Filippo Morelli: “La passione per la moda, Gattinoni e la mia Aquino”

    13 Luglio 202629 Mins Read
    Facebook Twitter Pinterest LinkedIn Tumblr WhatsApp VKontakte Email
    Share
    Facebook Twitter LinkedIn Pinterest Email

    Un predestinato. Il mondo dell’arte e del gusto per il bello lo ha sempre affascinato. E’ stato sempre un ragazzo sui generis, Luigi Filippo Morelli. Chi scrive ricorda i bellissimi momenti passati insieme nella nostra Aquino, quando, giovanissimi, ci affacciavamo alla vita. Il nostro quartier generale era quel palazzo popolare di via della Libertà, angolo via Emidio Venditti. Il teatro magico della nostra meravigliosa adolescenza, tra palloni, sorrisi e amicizia. Valori profondi che il tempo e la distanza non hanno cancellato.

    E’ la prima cosa, del resto, che mi dice al telefono: “Caro Libero, non sono solito rilasciare interviste, sono un tipo piuttosto riservato, ma per te nessun problema”. E allora i ricordi si fanno copiosi nella mia mente non più lucida come una volta ma ancora capace, tuttavia, di cristallizzare certi momenti di vita destinati ad accompagnarmi per sempre.

    Luigi, classe 1980 e primogenito di Antonietta e Domenico, è partito così da Aquino con una valigia piena di sogni e speranze per lanciare la sua sfida al mondo. Una sfida che ha vinto con autorevolezza, dedizione e impegno costante, i segreti grazie ai quali oggi è Direttore creativo della nota e prestigiosa Azienda “Gattinoni”, storica griffe romana che ha vestito le dive degli anni Cinquanta e Sessanta, rilanciando un’idea di moda raffinata e internazionale. In questa nostra lunga chiacchierata Luigi mi racconta e si racconta con la stessa passione che lo ha proiettato nell’Olimpo della moda mondiale.

    Chi è Luigi Filippo Morelli?

    “Sono sempre stato un bambino estremamente curioso e creativo. Mi affascinava tutto ciò che permetteva di esprimere se stessi: il disegno, l’arte, la musica, la danza, il cinema, lo sport. Credo che la mia personalità si sia costruita proprio attraverso queste passioni, molto prima della moda. Ho iniziato con la ginnastica artistica a cinque anni, poi il nuoto e, successivamente, la danza sportiva a livello agonistico. Ho avuto la fortuna di disputare sei Campionati Italiani Assoluti FIDS e di vivere esperienze che mi hanno insegnato disciplina, sacrificio e rispetto. La danza, ancora oggi, influenza profondamente il mio modo di progettare una collezione: mi ha insegnato che ogni gesto deve avere equilibrio, armonia e intenzione. Un’altra mia grande passione era il volo. Durante il servizio militare in Aeronautica vinsi il concorso per entrare nell’Arma in servizio permanente. Per molti sarebbe stato un punto di arrivo, ma dentro di me sentivo che la mia strada era un’altra. Scelsi di rinunciare a quella carriera per seguire ciò che mi faceva davvero sentire vivo. È una decisione che rifarei senza esitazione. A casa dei miei genitori c’è ancora una fotografia di quando ero bambino sulla quale avevo scritto una frase che oggi considero quasi una dichiarazione d’intenti”…

    Quale?

    “Segui le tue passioni, ti porteranno lontano”. Ogni tanto la riguardo e mi sorprende pensare che, inconsapevolmente, a 14 anni  avessi già scritto il programma della mia vita. Sono sempre stato una persona molto sensibile, curiosa e attenta ai dettagli. Mi piace osservare prima ancora che parlare. Credo molto nell’amicizia autentica, nel confronto e nella capacità di ascoltare gli altri. Nel mio ufficio ho appesa una frase di Goethe che mi accompagna ogni giorno: “Ascoltare è un’arte, parlare è un bisogno.” È una frase che provo a ricordare soprattutto quando il lavoro diventa frenetico. Oggi, dopo oltre vent’anni nel mondo della moda e del design, continuo a considerarmi prima di tutto un uomo fortunato. Fortunato perché ho potuto trasformare una passione in una professione. Il mio percorso è stato costruito con dedizione, studio, sacrificio e una continua ricerca di coerenza tra ciò che immagino e ciò che realizzo. Mi definiscono preciso, forse persino maniacale nell’attenzione ai dettagli, ma credo che siano proprio i dettagli a fare la differenza tra un prodotto qualsiasi e qualcosa capace di emozionare. Amo ancora disegnare a mano, perché la matita ha un rapporto diretto con il pensiero, ma utilizzo con la stessa naturalezza gli strumenti digitali. Non li vedo come mondi contrapposti: sono semplicemente linguaggi diversi attraverso cui raccontare la stessa idea”.

    Dove trovi l’ispirazione?

    “Può nascere ovunque. Da un viaggio, da un film, da una passeggiata sul mare, da un brano musicale, da un’opera d’arte o anche da una semplice conversazione. Credo che un direttore creativo non debba limitarsi a guardare la moda: debba osservare il mondo. Professionalmente sono esigente, ma nella vita privata resto una persona semplice. La famiglia rappresenta il mio punto fermo, gli amici sono una ricchezza preziosa e mia moglie Lorena è la persona con cui condivido ogni traguardo e ogni difficoltà. Senza il suo equilibrio, probabilmente molte cose sarebbero state diverse. Se dovessi definirmi con una sola frase, direi che sono una persona che ha sempre cercato di restare fedele a se stessa. Non ho mai inseguito il successo come obiettivo. Ho cercato piuttosto di fare bene ciò che amo, convinto che il resto, se deve arrivare, arriva da sé. ”La mia priorità è essere felice, solo coltivando le nostre passioni possiamo raggiungere tale stato e lasciare al mondo un segno positivo”. E forse è proprio questo il messaggio che mi piacerebbe lasciare: la felicità non coincide con il ruolo che ricopri o con il titolo scritto su un biglietto da visita. Coincide con la serenità con cui torni a casa la sera. Se riesci a vivere facendo ciò che ami, senza perdere l’umiltà, il rispetto per gli altri e la curiosità verso il mondo, allora hai già raggiunto il traguardo più importante”

    Come ti sei avvicinato a questo mondo?

    “La verità è che da ragazzo non sognavo di fare lo stilista. Non immaginavo atelier, passerelle o collezioni. Quello che sapevo, invece, era che amavo profondamente tutto ciò che fosse espressione artistica. Disegnavo continuamente, ero affascinato dal cinema, dalla musica, dalla danza, dall’architettura, dalla fotografia e dai viaggi. Sentivo il bisogno di trovare una professione che riuscisse a racchiudere tutte queste passioni, ma non era affatto semplice capire quale fosse. Dopo il Liceo Artistico decisi di sostenere il colloquio di ammissione allo IED – Istituto Europeo di Design di Roma, una delle scuole più prestigiose nel panorama internazionale. Ricordo ancora perfettamente quel giorno. La direttrice, Anna Fiorelli, mi ascoltò a lungo. Io le raccontai che avrei voluto frequentare praticamente tutti i corsi: fotografia, teatro, design del gioiello, moda, grafica… E lei, sorridendo, guardò i miei genitori e disse una frase che non ho mai dimenticato: “Per fargli fare tutti questi corsi non basterebbero due mutui.”  Fu lei a suggerirmi il percorso di Fashion Design, spiegandomi che era quello capace di racchiudere quasi tutte le discipline che mi appassionavano. Aveva ragione. La moda, infatti, non è soltanto abiti. È cultura, arte, proporzione, psicologia, fotografia, comunicazione, grafica, musica, storia, artigianato e persino teatro. È probabilmente una delle forme creative più complete che esistano. Ripensandoci oggi, credo che sia stata la scelta giusta nel momento giusto. Curiosamente, però, anche se non avevo mai pensato di lavorare nella moda, c’era qualcosa che inconsapevolmente mi accompagnava già da ragazzo. Mi è sempre piaciuto vestirmi con gusto, cercando uno stile personale senza seguire necessariamente quello degli altri. Erano gli amici, i conoscenti e perfino i negozianti a farmelo notare molto prima che me ne rendessi conto io”.

    Come andarono gli studi?

    “Durante gli anni allo IED studiai con grande passione e conclusi il percorso con il massimo dei voti, 100/100 e lode. Il giorno della discussione della mia tesi, dedicata a Pina Bausch e alle grandi icone del Novecento, accadde qualcosa che cambiò il mio percorso professionale. In commissione era presente Stefano Dominella, allora Vicepresidente della Camera Nazionale della Moda Italiana. Al termine della discussione volle conoscermi personalmente. Rimase colpito dal mio progetto, dal mio modo di interpretare la creatività e mi propose immediatamente uno stage presso la storica Maison Gattinoni. È stato il primo grande riconoscimento della mia carriera. Da lì è iniziato un percorso fatto di incontri, esperienze e continua crescita. Ho avuto la fortuna di lavorare in contesti molto diversi tra loro, confrontandomi con realtà che mi hanno insegnato il valore del prodotto, della ricerca, della qualità e della costruzione sartoriale. Dall’atelier storico Gattinoni alle esperienze successive nel mondo del lusso, fino allo sviluppo prodotto per brand internazionali come Fendi, Tom Ford e Bottega Veneta, ogni tappa ha aggiunto un tassello alla mia formazione.  Guardandomi indietro, però, mi accorgo che non è stata la moda ad attirarmi. È stata la possibilità di raccontare emozioni attraverso un linguaggio fatto di forme, colori, materiali e dettagli. Ancora oggi, quando inizio una nuova collezione, provo la stessa curiosità di quel ragazzo che entrò allo IED senza sapere esattamente dove sarebbe arrivato, ma con la certezza di voler costruire una vita facendo ciò che amava davvero”.

    Da quanti anni lavori per Gattinoni?

    “Il mio rapporto con l’azienda è iniziato oltre vent’anni fa, subito dopo la laurea allo IED. Fu Stefano Dominella a volermi nella storica Maison romana, dove ebbi il privilegio di lavorare per circa due anni. Entrare in quell’atelier significava respirare ogni giorno una parte importante della storia della moda italiana. Non era soltanto un luogo di lavoro: era un ambiente in cui si percepivano ancora il rigore sartoriale, l’eleganza e la cultura progettuale che avevano reso Fernanda Gattinoni una delle grandi protagoniste dell’Alta Moda italiana. Per un ragazzo poco più che ventenne fu una scuola straordinaria, non soltanto dal punto di vista professionale, ma anche umano. Successivamente sentii il bisogno di ampliare la mia esperienza. Lasciai Roma e mi trasferii in Umbria, dove iniziai un percorso all’interno di un’importante realtà industriale del fashion, lavorando nello sviluppo prodotto e nella ricerca per marchi internazionali come Fendi, Tom Ford e Bottega Veneta. Fu un’esperienza completamente diversa rispetto all’atelier. Se Roma mi aveva insegnato il valore della tradizione sartoriale, quel nuovo percorso mi fece comprendere l’organizzazione, il metodo, la ricerca sui materiali e la complessità del prodotto contemporaneo. Pensavo che il capitolo Gattinoni si fosse concluso lì”.

    E poi?

    “Invece la vita aveva in serbo qualcosa di diverso. Qualche anno dopo, l’azienda per cui lavoravo acquisì proprio il marchio Gattinoni. Ricordo ancora quella notizia. Rimasi in silenzio per qualche minuto e pensai che fosse una di quelle coincidenze che nella vita capitano molto raramente. Io avevo scelto di lasciare Gattinoni per crescere professionalmente, ma in qualche modo era stato Gattinoni a tornare da me. Da quel momento ho iniziato a guardare questa storia con occhi diversi. Non l’ho mai vissuta come un semplice percorso professionale, ma come un incontro che, per vie imprevedibili, continuava a ripresentarsi. Mi piace pensare che alcune cose ci scelgano tanto quanto noi scegliamo loro. Oggi ricopro il ruolo di Direttore Creativo del brand e sento una grande responsabilità, prima ancora che un privilegio.  Il mio obiettivo non è semplicemente disegnare collezioni, ma custodire l’identità di una Maison che ha scritto pagine importanti della moda italiana e accompagnarla verso il futuro con rispetto, sensibilità e una visione contemporanea. Fernanda Gattinoni ha vestito alcune delle donne più iconiche del Novecento, contribuendo a definire un’idea di eleganza che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento. Il mio compito non è imitare quel passato, ma comprenderlo profondamente per reinterpretarlo con il linguaggio del nostro tempo. Se dovessi descrivere questo percorso con un’immagine, direi che la mia storia con Gattinoni assomiglia a quei film in cui due strade sembrano separarsi definitivamente, per poi ritrovarsi molti anni dopo nel momento giusto. Forse è stato il destino. O forse, semplicemente, alcune storie sono destinate a ritrovarsi quando entrambe sono pronte per scrivere un nuovo capitolo insieme”.

    Il momento di svolta della tua carriera?

    “A dire il vero, non credo ci sia stato un unico momento di svolta. Molti immaginano la carriera come una linea fatta di un “prima” e di un “dopo”: un incontro, un premio, una promozione, un successo improvviso. Per me non è mai stato così. Ogni collezione rappresenta un nuovo inizio. Ogni progetto, ogni intuizione, ogni viaggio, ogni persona incontrata lungo il cammino ha modificato il mio modo di vedere il mondo e, di conseguenza, il mio modo di creare. Mi piace pensare che la creatività sia un processo di continua trasformazione. Non si arriva mai davvero a un traguardo definitivo. Si cresce, si cambia, si sbaglia, si ricomincia. È proprio questo a renderla viva. Anche le esperienze che, sul momento, sembravano difficili o lontane da ciò che desideravo, con il tempo si sono rivelate fondamentali. Mi hanno insegnato che ogni passaggio ha un senso, anche quando non lo comprendiamo subito. Per questo motivo faccio fatica a individuare una sola svolta. Potrei citare la laurea allo IED, l’ingresso nell’atelier Gattinoni, gli anni trascorsi nello sviluppo prodotto per grandi marchi internazionali o il ritorno in Gattinoni come Direttore Creativo. Sono stati tutti momenti importanti, ma nessuno, da solo, definisce il mio percorso.  Se proprio dovessi indicare una svolta, direi che avviene ogni volta che inizio una nuova collezione. È una sensazione che provo ancora oggi. Davanti a un foglio bianco torno ad avere l’entusiasmo del ragazzo che sognava di trasformare un’idea in qualcosa di concreto. È come se ogni progetto mi chiedesse di rimettermi in discussione, di imparare ancora e di trovare un modo nuovo per raccontare la bellezza. In fondo, credo che il privilegio più grande del mio lavoro sia proprio questo: potermi reinventare senza smettere di essere me stesso.Per questo non vivo il passato con nostalgia né il futuro con ansia. Cerco semplicemente di dare il meglio nel presente, perché è lì che nascono tutte le idee che, un giorno, diventeranno ricordi”.

    Hai rimpianti?

    “Se mi guardo indietro, la risposta è no. Naturalmente, come tutti, ho commesso errori. Ho preso decisioni che col senno di poi avrei potuto affrontare diversamente. Ma non le considero dei rimpianti, perché ognuna di esse mi ha insegnato qualcosa e mi ha portato ad essere la persona che sono oggi. Ho sempre cercato di seguire ciò che sentivo profondamente, anche quando significava percorrere strade meno sicure o fare scelte che agli occhi degli altri potevano sembrare poco razionali. Credo molto nel destino, ma non nel senso di qualcosa che decide al posto nostro. Mi piace pensare al destino come a un compagno di viaggio. Lui ci mette davanti delle opportunità, degli incontri, delle coincidenze. Sta poi a noi avere il coraggio di riconoscerle e di scegliere se seguirle oppure no. In un certo senso, nella mia vita, il destino è sempre stato un socio silenzioso con cui progettare il futuro. Per questo motivo cerco di vivere ogni esperienza con la stessa attenzione, indipendentemente dalla sua importanza. Posso dedicare la stessa cura al progettare una collezione quanto al cucinare una cena per le persone che amo, scegliere un colore per una parete di casa, preparare una tavola o organizzare un viaggio con mia moglie. Per qualcuno può sembrare un eccesso di precisione. Per me è semplicemente un modo di vivere. Credo che ogni cosa meriti rispetto, perché anche i piccoli gesti raccontano chi siamo. Nel mio lavoro questo approccio diventa ancora più evidente”.

    Che cosa significa, per te, disegnare un capo?

    “Vuol dire immaginare un’emozione prima ancora di una forma. Ogni linea, ogni tessuto, ogni dettaglio deve avere un motivo per esistere. La bellezza, quella autentica, non nasce mai dal caso. Ma lo stesso principio vale anche nella vita. Non credo nella ricerca ossessiva del successo. Credo piuttosto nella ricerca della felicità, dell’equilibrio e della serenità. Se una scelta mi permette di essere in pace con me stesso, allora so di aver preso la direzione giusta, anche se magari è quella più difficile. Forse è questo il motivo per cui non ho rammarichi. Ho sempre seguito la mia stella, cercando di restare fedele ai miei valori, alle mie passioni e alle persone che amo. E se domani la vita dovesse sorprendermi ancora una volta, come ha già fatto tante volte, sono convinto che la accoglierei con la stessa curiosità con cui ho affrontato tutte le pagine precedenti della mia storia. Perché, in fondo, la vita non è un percorso da controllare in ogni dettaglio, ma un viaggio da vivere con il coraggio di restare sempre se stessi”.

    Progetti futuri?

    “Se c’è una cosa che ho imparato negli anni è che la vita ama sorprenderci. Per questo faccio fatica a rispondere a questa domanda con un progetto preciso. Certo, oggi il mio impegno è rivolto a Gattinoni e il desiderio è quello di contribuire, insieme a tutto il team, a riportare la Maison al prestigio che merita, reinterpretando l’eredità di Fernanda Gattinoni con uno sguardo contemporaneo e internazionale. È una sfida che vivo con grande senso di responsabilità, ma anche con entusiasmo. Detto questo, conosco abbastanza me stesso da sapere che la mia mente non smette mai di immaginare. Mi è sempre piaciuto creare. Non solo collezioni di moda, ma idee, oggetti, progetti e linguaggi. Durante il periodo della pandemia, ad esempio, mentre il mondo sembrava essersi fermato, passavo le giornate sul terrazzo di casa, con vista sulla mia amata Assisi, leggendo, disegnando e riflettendo. Da quel tempo sospeso è nato “My Lobe”, un marchio di gioielli Made in Italy e un orecchino che ho progettato e registrato personalmente, reinterpretando in chiave contemporanea un’icona degli anni Novanta.  Quell’esperienza mi ha insegnato che la creatività non conosce confini. Può nascere ovunque, anche nei momenti più difficili. Per questo motivo non mi piace programmare troppo il futuro. Oggi potrei dirti che sogno di riportare Gattinoni ai fasti del passato, domani potrei raccontarti di un nuovo progetto personale, e dopodomani potrei sorprenderti dicendo che desidero lasciare tutto per vivere una vita semplice.  E sai una cosa”?

    Dimmi pure…

    “Nessuna di queste risposte sarebbe falsa. Ho imparato che il successo non coincide necessariamente con l’accumulare risultati o incarichi. A volte coincide con la libertà di scegliere. Io mi sento profondamente legato al mare. Pantelleria è uno dei luoghi che porto nel cuore. Ogni volta che ci torno ritrovo una parte di me che il lavoro, inevitabilmente, mette in secondo piano. Non escludo che un giorno possa decidere di rallentare, vivere con maggiore semplicità, passeggiare in costume e ciabatte fino al tramonto insieme a mia moglie Lorena, godendomi il tempo, il silenzio e le cose essenziali. Per qualcuno potrebbe sembrare un ridimensionamento. Per me sarebbe un altro modo di sentirmi realizzato. Perché, in fondo, il progetto più importante non è costruire una carriera perfetta, ma costruire una vita che ci assomigli davvero. Se dovessi racchiudere il mio futuro in una frase, direi questa:”Non inseguo un traguardo preciso. Inseguo la possibilità di continuare a emozionarmi, a creare e a vivere con autenticità, ovunque la vita decida di portarmi.” Se un giorno smettessi di creare, non smetterei comunque di osservare. Credo che un creativo non sia il mestiere che fai, ma il modo in cui guardi il mondo.”

    I consigli a un giovane che voglia intraprendere il tuo stesso percorso?

    “Più che dare consigli, mi piace condividere ciò che ho imparato lungo il mio cammino. La prima cosa che direi è di seguire sempre le proprie passioni, anche quando sembrano difficili da spiegare agli altri. Le passioni non sono mai una perdita di tempo. Sono il luogo in cui scopriamo davvero chi siamo. Bisogna essere curiosi. Sempre. Leggere, osservare, visitare una mostra, ascoltare musica, guardare un film d’autore, fare sport, parlare con persone diverse da noi, viaggiare ogni volta che è possibile. E quando non si può andare lontano, basta esplorare il proprio territorio con occhi nuovi. L’ispirazione non dipende dalla distanza, ma dallo sguardo con cui osserviamo il mondo. Direi anche di non avere paura di cambiare. Spesso pensiamo che cambiare strada significhi aver sbagliato. Io credo esattamente il contrario. Cambiare significa crescere, avere il coraggio di mettersi nuovamente in discussione e continuare ad imparare. Allo stesso tempo, però, non bisogna mai dimenticare le proprie radici. Le tradizioni, la famiglia, i valori trasmessi dai nostri genitori e dai nostri nonni rappresentano una ricchezza straordinaria. Viviamo in un mondo che corre velocissimo e che spesso ci spinge a cercare continuamente il nuovo. Ma il nuovo ha valore solo quando conosce il passato. Un’altra cosa che mi sta particolarmente a cuore riguarda il modo in cui oggi viviamo la realtà. I social network sono strumenti straordinari”.

    Qual è il tuo rapporto con essi?

    “Anch’io li utilizzo quotidianamente nel mio lavoro. Permettono di comunicare, raccontare progetti, raggiungere persone in ogni parte del mondo. Il problema nasce quando diventano l’unico luogo in cui cerchiamo approvazione. Ai giovani direi di non confondere mai la popolarità con il valore di una persona. Viviamo in un’epoca in cui sembra più importante apparire che essere. Si rincorrono numeri, like, visualizzazioni e follower come se fossero la misura della felicità. Ma la vita vera è un’altra cosa. La vita vera è una stretta di mano, una risata con gli amici, un abbraccio ai propri genitori, una passeggiata, una conversazione sincera, un tramonto visto senza avere il telefono in mano. Sul mio profilo Instagram c’è una frase che mi rappresenta profondamente: “La mia reputazione non è sul web, ma nella vita reale”. Credo che racchiuda perfettamente il mio modo di essere. La reputazione non si costruisce con una fotografia perfetta o con un post di successo. Si costruisce ogni giorno, attraverso il rispetto, la parola data, il comportamento, l’onestà e il modo in cui trattiamo le persone quando nessuno ci sta guardando. Ed è questo che vorrei trasmettere ai ragazzi. Coltivate il vostro talento, abbiate il coraggio di sognare in grande, ma ricordate sempre che prima di essere artisti, professionisti o imprenditori siamo esseri umani. Il talento può aprire una porta. La competenza può farvi entrare. Ma saranno l’educazione, l’umiltà e il rispetto a farvi restare. Perché il successo più bello non è quello che gli altri vedono. È quello che vi permette, ogni sera, di guardarvi allo specchio con serenità, sapendo di non aver mai tradito voi stessi. Il mio appello ai giovani: “Non cercate di diventare famosi. Cercate di diventare persone di valore. La notorietà arriva e passa. Il valore, invece, resta nelle persone che avete incontrato e nel bene che avete lasciato lungo il vostro cammino.”

    Un tuo giudizio sul mondo della moda di oggi?

    “Ho un’immensa ammirazione per i grandi maestri che hanno costruito la storia della moda. Penso a Giorgio Armani, Gianni Versace, Valentino Garavani, Gianfranco Ferré, ma anche a Christian Dior, Cristóbal Balenciaga e a tutti quei creativi che hanno avuto il privilegio di vivere un’epoca in cui il tempo era parte integrante del processo creativo. Erano anni in cui si sperimentava, si costruiva, si sbagliava e si ricominciava. Le collezioni nascevano lentamente, quasi come un’opera d’arte. Mi ricordano i grandi maestri del Rinascimento, come Michelangelo, Raffaello o Donatello: artisti che impiegavano anni per completare un’opera destinata a durare nei secoli. Anche nella moda era così. Ogni collezione aveva un’identità precisa, raccontava una storia, esprimeva una visione del mondo e, molto spesso, riusciva perfino a influenzare la società, il cinema, la musica e il costume. Quei grandi stilisti non creavano semplicemente abiti. Creavano cultura. Oggi il talento continua ad esistere, e ci sono designer straordinari che riescono ancora a emozionare e a innovare. Sarebbe sbagliato pensare che la creatività appartenga soltanto al passato. La differenza, però, è il tempo”.

    Cioè?

    “Viviamo in un’epoca in cui tutto corre. Le collezioni si susseguono con ritmi frenetici, la comunicazione è diventata istantanea e i social hanno modificato profondamente il modo in cui percepiamo la moda. Una campagna pubblicitaria degli anni Ottanta o Novanta rimaneva nelle edicole, nelle case e nella memoria delle persone per mesi, a volte per anni. Oggi un’immagine può raggiungere milioni di persone in pochi minuti, ma spesso viene dimenticata con la stessa velocità con cui viene vista. È il paradosso della nostra epoca. Abbiamo strumenti di comunicazione infinitamente più potenti, ma rischiamo di dedicare sempre meno tempo ai contenuti. E questo non riguarda soltanto la moda. Succede nel cinema, nella musica, nell’arte e, in generale, nella nostra quotidianità. Un tempo un grande film richiedeva anni di preparazione e diventava patrimonio collettivo per intere generazioni. Lo stesso valeva per un album musicale. Oggi consumiamo una quantità enorme di immagini, film, serie televisive e canzoni, ma raramente concediamo loro il tempo di sedimentare dentro di noi. La moda, inevitabilmente, riflette questa trasformazione. Le tendenze continuano a nascere e a cambiare, ma spesso hanno una durata brevissima. Si rincorrono trend, algoritmi e numeri, mentre il rischio è quello di perdere lo stile, che invece è qualcosa di molto più profondo e personale. Lo stile non segue il tempo. Lo attraversa. Per questo motivo credo che il futuro della moda non sia scegliere tra tradizione e innovazione. La vera sfida è riuscire a far dialogare queste due anime. Chi saprà studiare il passato, comprenderne il valore e reinterpretarlo con una sensibilità contemporanea avrà davvero qualcosa da dire. È quello che cerco di fare ogni giorno nel mio lavoro. Non mi interessa copiare ciò che è stato, ma capire perché è stato così importante, per poi trasformarlo in un linguaggio capace di parlare alle nuove generazioni. C’è un ricordo che porto sempre con me”…

    Raccontami…

    “Quando arrivai nell’atelier Gattinoni a Roma avevo poco più di vent’anni. Una delle premières, che aveva lavorato prima con Valentino e poi con Fernanda Gattinoni, mi osservava mentre cercavo di fare tutto velocemente. Un giorno mi disse una frase semplicissima: “Luigi, ricordati sempre che presto e bene non vanno insieme.” All’epoca la interpretai come un consiglio sul lavoro. Oggi, invece, credo che fosse una lezione sulla vita. Perché il tempo non è un ostacolo alla creatività. È uno dei suoi ingredienti più preziosi. Viviamo in una società che ci chiede continuamente di accelerare. Io credo, invece, che dovremmo imparare anche a rallentare. Osservare di più, ascoltare di più, progettare con maggiore consapevolezza. Perché le cose davvero belle, nella moda come nella vita, hanno quasi sempre bisogno di tempo per nascere”.

    Quali sono i segreti per emergere?

    “Ti sorprenderò, ma non credo esistano dei segreti per emergere. Se esistesse una formula, la seguiremmo tutti e il successo sarebbe qualcosa di prevedibile. In realtà non lo è. Mi piace molto una frase di Seneca che dice: “La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione.” Credo che racchiuda una grande verità. Nella vita è fondamentale prepararsi, studiare, fare esperienza e non smettere mai di imparare. Poi, a un certo punto, arriva un’occasione. Se sei pronto, quella porta si apre. Se non lo sei, probabilmente passerà senza che tu riesca ad accorgertene. Ma c’è un aspetto che considero ancora più importante. Non bisogna vivere con l’ossessione di emergere. Oggi siamo continuamente portati a confrontarci con gli altri. Sui social vediamo successi, premi, numeri, carriere apparentemente perfette. È facile pensare che il nostro valore dipenda da quanto siamo visibili. Io credo invece che il vero obiettivo debba essere un altro. Non cercare di essere migliore degli altri. Cerca di essere migliore della persona che eri ieri. È questa la competizione più sana che conosca. Anche nel mio lavoro ho sempre cercato di non inseguire le mode o ciò che funzionava in quel momento. Ho preferito costruire una mia identità, con i miei tempi, i miei dubbi e la mia sensibilità. Forse è una strada più lunga. Ma è anche quella che ti permette di restare autentico. C’è un’altra frase che mi accompagna da molti anni ed è di Confucio”…

    Continua pure…

    “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno della tua vita.” Naturalmente il lavoro comporta fatica, sacrificio e responsabilità. Sarebbe ipocrita dire il contrario. Ma quando fai ciò che ami, anche la fatica assume un significato diverso. Diventa parte del viaggio. Se dovessi riassumere ciò che ho imparato, direi che servono tre cose. La prima è la curiosità, perché chi smette di essere curioso smette anche di crescere. La seconda è l’umiltà, perché si può imparare da chiunque, indipendentemente dall’età o dal ruolo. La terza è il coraggio. Il coraggio di cambiare strada, di ricominciare, di fare scelte che magari gli altri non comprendono, ma che senti profondamente tue. Il resto arriva con il tempo. E se non dovesse arrivare esattamente come lo avevi immaginato, poco importa. Perché il successo non dovrebbe essere misurato da quanto gli altri parlano di noi, ma da quanto siamo felici della vita che abbiamo costruito. Alla fine, credo che il segreto più grande sia uno soltanto: restare sempre fedeli a se stessi. Perché le persone possono dimenticare ciò che hai realizzato, ma difficilmente dimenticheranno la persona che sei stato”.

    Il tuo rapporto con Aquino?

    “Aquino è il luogo dove sono nato, dove sono cresciuto e dove affondano le mie radici. Ed è proprio per questo che il mio rapporto con il paese è sempre stato fatto di amore, ma anche di riflessione. Da bambino ero molto sensibile e profondamente attratto dall’arte, dalla musica, dal disegno e da tutto ciò che stimolava la creatività. Ricordo che, a volte, avevo la sensazione di vivere in un contesto un po’ stretto per il mio modo di essere. Non perché mancassero le persone di valore, ma perché spesso vedevo prevalere il giudizio sulla curiosità. Mi colpiva il fatto che, durante le feste di paese, ci fosse chi guardava con sufficienza chi ballava, chi cantava o chi viveva nelle campagne, come se la semplicità fosse qualcosa da nascondere. Eppure proprio quelle campagne, quei prodotti della nostra terra, le tradizioni popolari, il patrimonio storico e artistico rappresentano l’anima autentica di un territorio. Sono ciò che lo rende unico. Forse è stato proprio quel senso di appartenenza, unito al desiderio di conoscere il mondo, a spingermi a partire. Non sono mai andato via per scappare. Sono partito per crescere. Negli anni ho avuto la fortuna di viaggiare molto, di conoscere culture diverse e di lavorare in Paesi lontani, dalla Cina agli Stati Uniti, passando per la Russia e molti altri luoghi che mi hanno arricchito sia professionalmente che umanamente. E sai qual è la cosa più bella”?

    Qual è?

    “Che ogni viaggio, invece di allontanarmi dalle mie origini, me le ha fatte apprezzare ancora di più. Oggi guardo Aquino con occhi diversi. Ci torno meno di quanto vorrei, ma ogni volta ritrovo una parte della mia storia. Rivedo i luoghi della mia infanzia, le persone che hanno fatto parte della mia crescita e penso con gratitudine ai sacrifici dei miei genitori, che mi hanno trasmesso valori solidi pur senza avere grandi possibilità economiche. A loro devo quasi tutto. Così come devo molto a mio fratello Federico, con il quale ho sempre avuto un rapporto speciale. Prima fratelli, poi amici, oggi complici nella vita. Negli ultimi anni ho trovato un paese cambiato, più curato, più bello e con tante persone che si impegnano concretamente per valorizzarlo. Credo però che ci sia ancora tanto da fare. Mi piacerebbe vedere sempre più investimenti nella cultura, nello sport e nei luoghi di aggregazione. Vorrei che i giovani avessero occasioni per incontrarsi, confrontarsi, coltivare talenti e passioni senza essere costretti a cercare altrove tutto ciò che li possa far crescere. Aquino possiede un patrimonio storico straordinario, una tradizione gastronomica importante e una posizione geografica che potrebbero rappresentare una grande opportunità anche dal punto di vista turistico e culturale. Bisognerebbe avere il coraggio di raccontarlo di più. C’è poi un aspetto molto personale che rende questo desiderio ancora più forte”.

    Spiegami…

    “Mia moglie Lorena ed io sogniamo da sempre di diventare genitori. Purtroppo, fino ad oggi, la vita non ci ha regalato questa gioia. Ma ad Aquino vivono i miei meravigliosi nipoti. Quando penso al futuro, penso anche a loro. Mi piacerebbe che potessero crescere in un paese capace di offrire più opportunità, più stimoli culturali, più spazi per lo sport, più occasioni per coltivare i propri sogni. Spero che le nuove generazioni possano contribuire a costruire un’Aquino sempre più aperta, curiosa e consapevole del valore che possiede. Perché i paesi non diventano grandi soltanto per le dimensioni. Diventano grandi quando imparano a credere nei propri giovani senza costringerli a scegliere tra le proprie radici e il proprio futuro. Io sono partito. Ma una parte di me, in fondo, è sempre rimasta ad Aquino. E credo che sarà così per tutta la vita”.

    Altre passioni, dopo il tuo lavoro?

    “Lo sport è sempre stato parte della mia vita. Ho iniziato da bambino con la ginnastica artistica, poi il nuoto e, per molti anni, la danza sportiva a livello agonistico. Oggi continuo ad allenarmi con la stessa costanza, praticando corpo libero, allenamento calistenico, nuoto ed esercizi all’aria aperta almeno tre volte alla settimana. Per me lo sport non è mai stato soltanto una questione fisica. È un modo per ritrovare equilibrio. Mi insegna disciplina, rispetto, ascolto del proprio corpo e, soprattutto, mi aiuta a liberare la mente. Molte idee nascono proprio durante una passeggiata, un allenamento o una nuotata. Quando il corpo si muove, spesso anche i pensieri trovano il loro ordine. Ma, se devo essere sincero, credo che il mio vero “sport” sia un altro. È la mente. Ho la fortuna — e a volte anche il limite — di avere un cervello costantemente in movimento. È come se fosse sempre acceso. Mi basta osservare un dettaglio, ascoltare una canzone, guardare un paesaggio, una persona o un’opera d’arte perché inizi immediatamente a immaginare qualcosa di nuovo. La creatività, per me, non si accende quando entro in ufficio. Mi accompagna ovunque. Può arrivare mentre cucino, mentre viaggio con mia moglie, durante una conversazione con un amico o semplicemente osservando il mare”.

    E’ fondamentale, la creatività…

    “Sì. È un modo di vivere, prima ancora che di lavorare. Per questo motivo non riesco quasi mai a separare completamente la vita privata dalla creatività. Non perché il lavoro occupi tutto il mio tempo, ma perché la curiosità non va mai in vacanza. E, in fondo, spero che non succeda mai. Mi piace ancora emozionarmi davanti a un tramonto, entrare in una libreria senza sapere quale libro comprerò, visitare un museo, ascoltare buona musica o perdermi tra le vie di una città sconosciuta. Sono convinto che un creativo debba prima di tutto restare un osservatore. Perché le idee non nascono davanti a uno schermo. Nascono vivendo. Se un giorno dovessi smettere di disegnare, credo che continuerei comunque a osservare il mondo con gli stessi occhi curiosi di quando ero bambino. Perché la creatività non è una professione. È un modo di guardare la vita. E forse è proprio questo il filo che unisce tutte le mie passioni. Lo sport mi insegna il sacrificio. L’arte mi insegna la bellezza. I viaggi mi insegnano l’umiltà. L’amore mi insegna il senso delle cose. E la creatività mi permette di trasformare tutto questo in qualcosa che possa emozionare anche gli altri. In fondo, il privilegio più grande non è fare il direttore creativo. È continuare, ogni giorno, ad avere lo stupore di un bambino davanti a una pagina bianca. “La vita mi ha insegnato che i sogni non si realizzano perché sono facili, ma perché ogni giorno scegliamo di restare fedeli a ciò che siamo. Se c’è una cosa che auguro ai giovani, è di non smettere mai di meravigliarsi. Perché è dalla meraviglia che nascono tutte le cose più belle.” Parola di Luigi Filippo Morelli.

    Libero Marino

    aquino armani arte federico gattinoni Luigi filippo morelli moda mondo passione roma sfilate umbria valentino
    Share. Facebook Twitter Pinterest LinkedIn Tumblr WhatsApp Email
    Previous ArticleStorie di calcio e di campioni: intervista a Gianni Rivera
    Next Article “Krisis” sbarca a Formia: successo per Elio Germano e Francesco Cordio all’Arena Caposele

    Related Posts

    Società 7 Agosto 2026

    L’ultima nota del maestrone volato fra le stelle

    7 Agosto 2026 Società
    Storie 25 Luglio 2026

    Storie di sport e giornalismo: intervista a Giorgio Porrà

    25 Luglio 2026 Storie
    Società 15 Luglio 2026

    Aquino celebra i 40 anni di sacerdozio di Mons.Tommaso Del Sorbo

    15 Luglio 2026 Società
    Storie 13 Luglio 2026

    Storie di calcio e di campioni: intervista a Gianni Rivera

    13 Luglio 2026 Storie

    Comments are closed.

    Articoli recenti
    • Ferragosto d’oro: novant’anni fa la vittoria dell’Italia di Pozzo alle Olimpiadi di Berlino
    • L’ultima nota del maestrone volato fra le stelle
    • Come fanno gli uccelli. Addio a Francesco Guccini
    • Krisis Summer 2026: il regista Marco Gianfreda ospite a Campodimele
    • Palio della Contea di Aquino: lunedì 3 agosto i “Jalisse” ospiti in contrada Filetti
    Categorie
    • Cultura
    • Pillole di Costituzione
    • Politica
    • Società
    • Sport
    • Storie
    Archivi
    Chi Siamo

    AquinoCresce è uno spazio aperto, nato per raccontare il territorio, valorizzare le persone e dare voce a chi vive la nostra comunità ogni giorno.
    Raccogliamo notizie, storie, eventi, opinioni e contributi che riguardano Aquino e il suo circondario, con l’obiettivo di informare, coinvolgere e far crescere un dialogo costruttivo.

    ultime news

    Ferragosto d’oro: novant’anni fa la vittoria dell’Italia di Pozzo alle Olimpiadi di Berlino

    15 Agosto 2026

    L’ultima nota del maestrone volato fra le stelle

    7 Agosto 2026

    Come fanno gli uccelli. Addio a Francesco Guccini

    6 Agosto 2026
    main sponsor
    Demo
    Facebook
    Questo blog non è una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.
    Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001

    Type above and press Enter to search. Press Esc to cancel.

    Sign In or Register

    Welcome Back!

    Login to your account below.

    Lost password?
    Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il nostro sito, l’utente accetta che tali cookie possono essere installati sul proprio dispositivo.