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    Home»Società»L’ultima nota del maestrone volato fra le stelle
    Società

    L’ultima nota del maestrone volato fra le stelle

    7 Agosto 20266 Mins Read
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    Il senso profondo e mai rassicurante dell’incompiutezza. Non è facile trasformarlo in poesia, eleggerlo a manifesto di una ricerca bella e vana. Soltanto una mente illuminata può riuscirvi, forse solo la mente di un “modenese volgare” quale il maestrone Francesco Guccini si autodefiniva in “Bologna”, inno a quella dotta che gli aveva rubato un pezzo di cuore, senza portargli via l’anima contadina, pulsante tra i castagni dell’Appennino e le frasi dei vecchi saggi di montagna.
    Quando De Magris, artista locale allora studente in giurisprudenza e mio fraterno amico, mi propose l’ascolto de “Il sociale” e “L’antisociale”, due brani contenuti in Folk Beat, pretesi di avere in prestito quel 33 giri. Non proprio immediatamente, ma con rapidità commisurata alle mie possibilità economiche dell’epoca, gli scaffali destinati ai vinili raccolsero tutto quel che Francesco Guccini aveva prodotto fino a quel momento: erano sette LP, ultimo dei quali Amerigo, appena immesso in un mercato che il barbuto e giovane cantante aveva conquistato a colpi di malinconia. Cercarono di trasformarlo in cantautore di protesta, in un Che Guevara con la chitarra in luogo della Carabina Cristobal, ma lui in verità non era riconducibile ad alcuno schema, nemmeno a livello ideologico. Libero come i suoi amati gatti, innamorato della vita e deluso dal suo senso, s’interrogava sui danni del tempo, così insensibile verso amori, passioni, ricordi e progetti.
    I suoi personaggi erano terribilmente veri e talvolta avevano la sola pretesa della normalità, come Cencio il nano, che inventava amori per essere equiparato ai suoi coetanei, “adolescenti ottusi”. C’era l’eroico macchinista della “locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia”, che immaginava di cancellare col suo gesto estremo il contrasto tra la miseria della sua gente e i velluti e gli ori del treno di lusso. Però la “macchina” veniva deviata lungo una linea morta, e alla fine la “guerra santa dei pezzenti” avrebbe contato solo una vittima in più, sempre dalla stessa parte. Il giovane Francesco guardava alla vecchiaia col rispetto di chi sa di doverla attraversare: e così nacquero due capolavori come “Il vecchio e il bambino”, che sarebbe finita sulle antologie, e “Il pensionato”, che quando l’ascoltavi ti sembrava di sentirlo davvero “l’odore quasi povero di roba da mangiare” e di vederla, quella luce fioca della lampadina da 30 candele…
    Chi fosse per me Francesco è difficile dirlo: l’ho visto solo su un palco, quattro volte nella vita e mai sono riuscito a parlargli e a dirgli come e perché lo ritenessi parte di me. Ritengo la musica causa giustificativa dell’esistenza, e in seno alla musica apprezzo tanti cantanti e tanti gruppi musicali. Poi però Faber e il maestrone sono qualcosa di diverso, qualcosa che può assomigliare a un credo dell’anima, a un’esigenza dello spirito. E il senso di vicinanza e familiarità a quel punto prescinde dal vissuto e dalla conoscenza reale e s’innesta in quel circuito virtuoso della fantasia, dove ciò che ti piace è tuo, dove la notte ha mille colori e dove le parole sono intarsi fatati. Faber è andato via prima. Pensavo che Francesco prima o poi gli avrebbe dedicato qualcosa come quella “Preghiera in gennaio”, che De Andrè scrisse per Tenco. Non è stato così: già, nella vita non tutto va come ti sforzi di prevedere…
    Ora anche lui è nel silenzio o forse, chissà, nella luce: ognuno immagini ciò che ritiene giusto, perché per me è ancora qui. E’ qui con Antenor, che uccide qualcuno solo perché ha amato senza saperlo una donna che per lui è stata un minuto e per l’altro era la vita; è con Filemazio, il matematico e astronomo bizantino, “forse saggio”, che muore col dubbio di aver sottovalutato quel nuovo dio indicatogli da un presagio che non diceva come e quando. E’ con Andrea, che ama Samantha ma non ha il coraggio di parlarle, mentre a lei batte il cuore da morire, e Milano è così grande e la vita è così distratta che i due non avranno un’altra possibilità, solo quel momento in cui i loro sguardi e le loro anime hanno respirato insieme.
    Ora Francesco sa dov’è finita S.F., l’amica andata via perché il motore ha cantato troppo forte in prossimità di una curva. Lui, provato da un dolore autentico, ha voluto immaginarla ancora viva e sorridente, e capace di ascoltarlo.
    Chissà in quanti ascolteranno ancora la sua versione di Cyrano, che fu tutto e lo fu invano. E nel suo brano il cadetto di Guascogna, che è un po’ Cyrano, un po’ Guccini, grida la rabbia verso i feroci conduttori di trasmissioni false che hanno fatto del qualunquismo un’arte.
    La sua canzone più bella non è forse la più conosciuta, ma “Incontro” è un tale capolavoro che quando hai finito di ascoltarla pensi che nessun’altra canzone possa più avere un senso. Perché in quei vecchi muri che raccontano nuovi eroi e in quel “siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno” c’è la vita in estratto conto. Forma cartacea, perché il web è brutale.
    C’è il fascino delle proprie radici in quei ricordi che vagano tra la Via Emilia e il West e in quel progenitore che un giorno si sveglia con il viso dei vent’anni e vaghe idee di socialismo. Non dissimile da “Milano” è “Autogrill”, con quell’immaginare quasi impertinente cui fa da contraltare la forza dell’abitudine e la paura di rompere il suo cerchio.
    Guccini ha attraversato l’incomunicabilità con metafore potenti “tu sei molto anche se non sei abbastanza, e non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi. Tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco”. Ha scritto “Canzone quasi d’amore”, perché per lui l’amore aveva anche le facce disincantate degli ubriachi che sputavano lontano, come se fosse in faccia all’universo. Questa singolare commistione fra incanto e disincanto, tra il volare e il ricadere è mirabilmente espressa nel brano “Vorrei” con quel sublime “che l’oggi restasse oggi senza domani e il domani potesse tendere all’infinito”. Guccini è stato un meraviglioso “cantastorie”, un “eterno studente”, un Ulisse del terzo millennio. Ora forse rinascerà sotto “il cielo di Dio” tramite i rami di quell’albero giovane e forte che aveva indicato quale ultima dimora quando il suo ultimo giorno sarebbe venuto.
    Noi l’avremo nel cuore e nei pensieri, privilegio non da poco. Consapevoli, come la bambina portoghese smarrita dinanzi alla vastità dell’oceano, che il vizio che ci ucciderà non sarà fumare o bere ma qualcosa che ci portiamo dentro, cioè vivere.
    Roberto Mercaldo
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