E’ vero, il calcio passa in secondo piano rispetto a quanto accade ogni giorno. Anche se può essere una sorta di antidoto alle amarezze della vita. Lo sport, però, può diventare un viatico per capire i temi principali di questo pianeta. O avvicinarsi agli argomenti più caldi. Il 29 giugno 1986 – quindici giorni dopo la morte di Jorge Luis Borges – Maradona diventava il re del globo. Il primo mondiale dell’Iraq: un Paese in guerra. Argentina protagonista, nel bene e nel male.
Nel 1978, anno in cui germogliò l’Italia bearzottiana, nel mondiale delle vittime e delle polemiche. Nel 1990, a casa nostra, quando nella infausta sfida napoletana Diego e soci spensero sul più bello, ai rigori, il sogno dell’Italia di Vicini, una delle più belle degli ultimi anni. Quella delle notti magiche illuminate da Baggio e Schillaci. Ma a trionfare fu, complice un rigore generoso, la Germania (rete del compianto Brehme) tra le lacrime e le imprecazioni di “Dieguito”, ormai vicino al suo tramonto calcistico.
Federico Buffa, a proposito di Messico 1986 e di quell’Iraq, disse: “Alla fine del conflitto è tutto come prima. Ma con un particolare: che due generazioni, una per parte, non esistono più”. Il football ai piedi del ‘D10S’: la mano e ‘quella’ rete. Il gol del secolo. Contro l’Inghilterra… Oltre il calcio: le Falkland o Las Malvinas? Diego sentenziò: “Hanno ucciso oltre seicento argentini per proteggere due scogli vicino all’Antartide”. Per gli argentini, finalmente un Mondiale… Buffa raccontò anche: “Quello del ’78 non lo si ricorda con facilità. Tanta gente ha perso compagni di scuola, di militare, di esistenza…”
Pelé o Maradona: il destino ha voluto che entrambi diventassero campioni del mondo il 29 giugno. E ‘questo’ Messi, dove lo mettiamo? Leo è nato nel 1987, quando ‘El Pibe’ diventava sovrano -anche- di Napoli. Nell’anno del ritiro di un altro ‘Roi’: Michel Platini, l’unico a vincere tre Palloni d’oro consecutivi prima della ‘Pulce’.
Quarant’anni fa e sembra ieri… com’è cambiato, intanto, il nostro amato football. In meglio o in peggio? Ai “post” l’ardua sentenza…
Antonio Capotosto
