Come ho detto nel commento al capitolo precedente, Leonardo Sciascia ritiene che don Abbondio sia il vero vincitore dei Promessi sposi perché, di fatto, è l’unico, tra i personaggi principali, a rimanere al suo posto di partenza. Don Rodrigo e fra’ Cristoforo, infatti, muoiono di peste. Renzo e Lucia si sposano, sì: ma devono abbandonare il paese natio. Don Abbondio, invece, pur dovendo attraversare mille peripezie, resta il curato che abbiamo visto all’inizio del romanzo. Da ciò segue, secondo Sciascia, che I promessi sposi ha un messaggio per nulla idillico o consolatorio. Al contrario, il capolavoro manzoniano è, a suo avviso, un’opera triste, forse addirittura disperata, perché mostra l’Italia come un Paese in cui, alla fine, l’ignavia paga e l’ossequio alle ragioni della forza non avviene quasi mai invano.
Si tratta di un commento acuto, che indubbiamente coglie una parte di verità, perché in effetti, da buon cattolico – ma, anche, da uomo di buon senso –, Manzoni sa che la giustizia non è di questo mondo. Ma se coglie solo “una parte” di verità, dove sbaglia Sciascia? La volta scorsa dissi che, a mio avviso, l’autore del Giorno della civetta pecca nell’attribuire a Don Lisander un nichilismo che, in concreto, è appartenuto soltanto a lui, specie negli ultimi anni della sua esistenza. Ma oggi, volendo entrare un po’ più nel merito del discorso, dico che Sciascia cade in errore perché, in effetti, nemmeno don Abbondio ottiene veramente quel che vuole.
Pensiamo all’incipit del capitolo II. Perché Manzoni lo apre con un riferimento all’insonnia del principe di Condè alla vigilia della battaglia di Rocroi? E perché paragona quella all’incapacità di don Abbondio di prender sonno? Risposta: perché vuol mostrare a noi lettori che, per un uomo pavido come questo curato, anche contrasti di ordinaria amministrazione – come quello che avrà con Renzo l’indomani mattina – diventano l’equivalente di uno scontro militare su larga scala. Don Abbondio non vuole altro che quiete, ma di fatto non la trova mai: non ora, non quando dovrà vedersela con l’Innominato, non quando si troverà faccia a faccia con Federigo Borromeo. La vita, sembra dirci Manzoni, non è fatta per lasciarci tranquilli. La vita è, piuttosto, una continua battaglia di cui non bisogna mai perdere di vista il senso ultimo, perché solo lì sta la nostra possibile salvezza.
Naturalmente, il povero Renzo è un giovanotto baldanzoso e solidamente vocato alla filatura della seta, ma non ha la cultura per opporre argomenti a quel che il curato del paese può mettergli davanti. Così, quando, l’indomani mattina, il caro Lorenzo Tramaglino – questo il suo nome di battesimo – si presenta a casa di don Abbondio, quest’ultimo comincia a fare misteri o, per dirla col lessico adottato da Manzoni, “imbrogli”. Il giovane chiede a che ora ci si può vedere in chiesa e il curato mostra di non ricordarsi del matrimonio (“Di che giorno volete parlare?”); Renzo risponde che il giorno è oggi e il sacerdote, dopo qualche reticenza, dice: “abbiate pazienza, oggi non posso”.
Il promesso sposo insiste ma don Abbondio è inamovibile: non si può, ci sono impedimenti che è difficile spiegare a chi non è del mestiere, la cosa non dipende da lui. Renzo non si capacita, ma nemmeno si arrende (“Che imbrogli ci può essere?”) e, di fronte al sacerdote che inizia a parlare latino (“Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, si sis affinis…”), sbotta: “Si piglia gioco di me? (…) Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”. Frase celeberrima, questa, che ci fa subito pensare alle parole del bravo del capitolo precedente: “Oh! suggerire a lei che sa di latino!”. Perché, in effetti, nel mondo dei Promessi sposi, questo sgherro di don Rodrigo non ha tutti i torti: la cultura non serve necessariamente a rendere trasparente la realtà. Spesso, al contrario, serve a occultarla con maggior perizia.
In realtà, l’obiettivo di don Abbondio è semplicemente quello di prendere tempo, ovvero giungere al periodo dell’Avvento e dire che, come voleva il rito ambrosiano, il matrimonio non si potrà celebrare almeno fino all’Epifania. Altro non può fare, quest’uomo troppo debole per imporsi con la forza e troppo pavido per dire la verità. Cionondimeno, nell’immediato, il meccanismo funziona: Renzo è costretto a desistere e, dopo aver strappato al sacerdote la promessa che il matrimonio verrà rimandato soltanto di una settimana, si allontana frustrato ma, soprattutto, confuso e insospettito. Quando si è al cospetto di spiegazioni che non spiegano, è naturale chiedersi cosa è stato tenuto deliberatamente nascosto.
Sarà Perpetua a rendere un po’ più chiare le cose. Perché, mentre sta andando “di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua promessa”, Renzo vede la governante del curato e cerca spiegazioni da lei. Va da sé che anche quest’ultima è reticente e non mette in chiaro le cose per quelle che sono, ma quando – presa, forse, da una vanagloria alquanto pettegola – dice al giovanotto che “C’è bene a questo mondo de’ birboni, de’ prepotenti, degli uomini senza timor di Dio”, questi capisce che il suo matrimonio è stato bloccato da qualcuno che non voleva vederlo celebrato e non dagli impedimenti del latinorum di don Abbondio. Così, tornato in casa del curato, il giovane è meno ben disposto di prima e, minacciandolo di ricorrere alla forza, si fa dire la verità: il vero nome dell’impedimentum è quello di don Rodrigo.
Da questo momento, Renzo sembra tramortito. Ripete continuamente “posso aver fallato” con l’intento di scusarsi con don Abbondio per aver usato le maniere forti, ma di fatto sta pensando ad altro. Cerca di mettere insieme le idee. Di capire cosa sta succedendo. Di capacitarsi, insomma, di un avvenimento che, dal suo punto di vista, non doveva stare né in cielo né in terra. Il curato, da parte sua, dopo aver visto il giovane allontanarsi, cerca Perpetua – perché capisce che solo lei ha potuto far trapelare certe informazioni a Renzo – e, dopo l’ennesimo battibecco con lei, va a mettersi a letto. Gli scossoni subiti tra la sera precedente e quella mattina gli faranno letteralmente salire la febbre.
Renzo, dal canto suo, medita di uccidere don Rodrigo e pensa a quale sia la strategia migliore, ma poi gli capita di farsi venire in mente l’immagine di Lucia. Come potrà riavvicinarsi a lei, dopo essersi sporcato le mani di sangue? Così, dato che l’amore è vero quando ci spinge a tirare fuori il meglio di noi stessi, depone i suoi truculenti propositi e si reca dalla promessa sposa per informarla. Il fatto è che lei, in effetti, qualcosa la sa già, visto che quando Renzo la informa dice: “fino a questo segno!”. E quali sono i segni precedentemente toccati da don Rodrigo?, si chiede lui. Cosa sa, Lucia, che lui ignora? E soprattutto: perché non gliel’ha detto?
Tommaso Di Brango
