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    Home»Società»A tu per tu con Paolo Secondini : il professore aquinate si racconta tra letteratura, pittura e musica
    Società

    A tu per tu con Paolo Secondini : il professore aquinate si racconta tra letteratura, pittura e musica

    11 Ottobre 20266 Mins Read
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    Il cognome Secondini, ad Aquino, rinvia inevitabilmente al mondo della medicina. Merito di papà Tommaso e del fratello maggiore Enzo, storici e apprezzati medici condotti della cittadina di San Tommaso e Giovenale. Ma la famiglia Secondini (cognome originario della Valle di Comino) è anche Paolo, insegnante di italiano e storia in pensione, autore di diverse pubblicazioni, alcune delle quali inserite in antologie italiane. Molti suoi racconti, inoltre, sono stati tradotti in Messico e in Francia a testimonianza della cifra del professore aquinate che, dopo la laurea in Lettere presso l’Università La Sapienza di Roma, ha dedicato la sua vita alla scuola insegnando per diversi lustri negli istituti superiori.

    Secondini mi ospita nella sua casa aquinate nell’ultimo sabato di un settembre caldo ma godibile. L’estate, torrida e afosa, sta finalmente per cedere il testimone al più mite autunno. Eloquio composto (come la sua stanza, ordinata, piena di libri e sovrastata da alcuni suoi dipinti che mi indica orgoglioso), piglio volitivo (non si direbbe che è in pensione dal 2009), il professore mi mette subito a mio agio con un paio di battute che danno il “la” alla nostra lunga e interessante chiacchierata. Scandita dalle sue grandi passioni: la letteratura, la pittura e la musica. Sullo sfondo, l’Aquino che fu, quella dell’immediato dopoguerra, che spesso fa capolino nei suoi intriganti racconti.

    Chi è Paolo Secondini? 

    “Una persona normale, più riflessiva che ciarliera, solitaria nelle sue lunghe passeggiate quotidiane. Non disdegna, però, i contatti umani”.

    Papà Tommaso e suo fratello Enzo medici, lei appassionato di materie umanistiche: perché ha scelto questo indirizzo?

    “Per esclusione. Essendoci già due medici in famiglia, il terzo avrebbe stonato. Ma una volta scelto il mio percorso, l’ho seguito con interesse e passione”.

    Parliamo di scuola, che l’ha vista protagonista per tanti anni: come e quanto è cambiata rispetto ai suoi tempi?

    “Se dovessi entrare oggi in una classe, credo che non mi sentirei a mio agio. Da quel che si sente, la scuola è cambiata moltissimo. In peggio. Mi chiedo: è ancora centro di educazione, oltreché di istruzione? Ne dubito. Molti, studenti e insegnanti, credo che abbiano un’idea sbagliata della scuola, che prima di tutto è luogo di libertà, rispetto, tolleranza e pacifica convivenza”.

    I ricordi più belli da docente?

    “Le chiacchierate spassionate con i miei alunni: esseri vivi, vitali, interessanti, dai quali ho appreso più di quanto io abbia dato loro. Nel mio romanzo del 2017, Il giorno che incendiarono la scuola, racconto bene questo mio rapporto con loro. Che è stato sempre idiallico, stessa cosa non posso dire di quello con certi miei colleghi”.

    Ha rimpianti?

    “No. Ho vissuto anni stupendi nella scuola, ma la vita cambia continuamente i propri cicli. Si va avanti, anche se si resta legati al passato con i ricordi, belli e brutti che siano”.

    E’ un prolifico e versatile romanziere: l’opera della quale è più orgoglioso?

    “Mi interessa particolarmente la letteratura di genere, specie quella poliziesca e di fantascienza (collaboro con varie riviste italiane del settore). Mi è stata pubblicata, da Linee Infinite di Lodi, un’inchiesta del maresciallo Cargiulli, Il fine giustifica i mezzi, che ha avuto un buon successo, tanto che il romanzo è andato presto esaurito. Letteratura di consumo. Poco impatto sta avendo, invece, Via della Libertà, cui tenevo moltissimo e che ho sentito particolarmente. Ma tant’è”!

    Nei suoi lavori a quali scrittori si è ispirato?

    “A nessuno in particolare. Ma è chiaro che qualcosa dei molti autori che ho letto mi è rimasto dentro, anche se filtrato dal mio stile letterario”.

    Quanto c’è di autobiografico nelle sue opere?

    “Molto, in due libri in particolare: Racconti di paese e Via della Libertà. Ci sono i miei ricordi, il mondo che è stato mio, che ho amato particolarmente e che rimpiango per quella genuinità, per quella benevolenza, per quella mitezza e per quell’altruismo che oggi noto ben poche volte… se non affatto”.

    Che cosa significa, per lei, scrivere?

    “La scrittura è, da sempre, una delle mie più grandi passioni. Ma non scrivo per autocompiacimento, il giudizio delle persone mi interessa poco: scrivere mi diverte  e rilassa”.

    L’ultima sua fatica reca un titolo emblematico, “Via della Libertà, racconti e ricordi”: un ritorno alle origini, dal momento che è nato proprio in quella storica via aquinate...

    “Sì. La via in cui sono nato, dove ho contratto le prime esperienze, dove ho conosciuto amici, di cui diversi, oggi, scomparsi. La via dei miei ricordi più belli, perché legati a un mondo e a un’umanità che stento oggi a ritrovare altrove”.

    Musica e pittura da sempre le altre sue grandi passioni: mi racconta di quella volta che partecipò a un concorso canoro vinto poi da un giovane Claudio Baglioni…?

    “Sì, ho coltivato la pittura essenzialmente per me e per continuità: mio nonno paterno Vincenzo è stato un bravo pittore post-macchiaiolo. Negli anni giovanili ho condiviso sogni musicali con due grandissimi amici: Gino De Cesare e Donato Di Brango. Io suonavo il flauto traverso ed ero anche il paroliere del gruppo, del quale facevano parte anche Gino e Donato, miei inseparabili compagni. Erano gli inizi dei mitici anni Settanta. Arrivammo secondi alle spalle del noto cantautore romano che vinse, se non ricordo male, con il brano “Signora Lia”.

    Gino De Cesare e Donato Di Brango, purtroppo, sono usciti di scena alcuni anni fa: un ricordo di entrambi?

    “Amici speciali e musicisti straordinari: mi mancano tantissimo. Di Gino e Donato, che avevano la musica nel sangue, voglio semplicemente elencare una serie di aggettivi che valgono per entrambi: buoni, generosi, altruisti. Sono epiteti fedeli al senso della loro vita”.

    Che genere di musica preferisce?

    “Ho sempre avuto un debole per il jazz “Dixieland”, quello del New Orleans”.

    Amante della letteratura e del jazz “Dixieland”, mi viene in mente un certo Enzo Bearzot: le piace il calcio?

    “Da ragazzo mi innamorai della Lazio di Maestrelli, una squadra unica che ha fatto la storia del nostro calcio. Il mio secondogenito Valerio è molto tifoso dei biancocelesti, io ormai seguo il football con molto distacco. Troppi interessi e troppi stranieri, non mi piace più”.

    Da tempo vive in uno dei posti più iconici di Aquino, (via Vittorino d’Aquino) a pochi passi dal suggestivo borgo medievale: che cosa significa essere aquinati?

    “A questa domanda preferirei non rispondere, perché rischierei di essere solo nostalgico di un’Aquino che (spero nessuno se ne voglia) non è la stessa che ho conosciuto e amato da ragazzo. È molto cambiata. Ma l’essere aquinate non si rinnega… non si può”.

    Libero Marino

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