Se n’è andato col suo breviario in mano e gli occhialini posati sul naso, mentre nei pensieri consolava la sua chitarra con le mani consumate dall’artrosi. Lo vedevi passare per strada con la testa quasi ficcata nelle pagine di quel libro di saggezza, perchè, diceva, lì aveva trovato la sua verità, quella che un male beffardo gli aveva sottratto rubandogli il suo strusciare sulle corde di quello strumento amato e coccolato.
Ci ficcavamo in cinque nel gabbiotto del distributore di benzina, Fernandino, Pasquale, Tonino e io, a cantare canzoni o urlare il nostro rock paesano e lui, sempre calmo e distaccato, imponeva il silenzio non appena si chinava sulla chitarra: erano note leggere che ti facevano volare, ti invogliavano a chiudere gli occhi e seguire le note che veleggiavano in dimensioni inesplorate.
La magia della musica, forse, o magari soltanto di quelle dita che andavano sulle corde come su strade conosciute da sempre e da sempre reinventate.
Poteva diventare famoso, ma amava il suo paese e la compagnia della sua chitarra: non gli serviva altro per sentirsi vivo e realizzato.
Molti hanno avuto la fortuna di ascoltarlo in diverse occasioni, e lo hanno applaudito col sorriso sul volto: ci ha regalato voli e incanto, e fantasie sfrenate, e la dolcezza inusitata di quelle mani da falegname che si muovevano come ali da farfalla, fino a che il male, che non ha riguardo neppure per la bellezza, ha imposto il suo marchio osceno su di lui.
Invecchiava, come tutti, e andava a passi lenti, leggendo il libro, gli occhialini poggiati sul naso…
Giuseppe Murro
