Un detto abusato dello sport, applicato al calcio con una certa leggerezza, recita perentorio “Chi vince ha sempre ragione”.
Prendere le distanze da tale assunto è sovente necessario, perché se esiste uno sport dove intervengono molte eccezioni a questa regola quello è proprio il calcio.
Chi vince ha ragione per aver vinto, non sempre per averlo anche meritato.
Stavolta però siamo ampiamente nel solco della regola. Parliamo della ventitreesima edizione dei campionati del mondo di calcio, che hanno dato alla Spagna il suo secondo titolo, a 16 anni di distanza dal precedente.
Pur con qualche imprevedibile impaccio iniziale, leggi il pari bianco con la rivelazione Capo Verde nella fase eliminatoria, le furie rosse hanno afferrato il trofeo senza scipparlo ad alcuno.
Il “golpe” al pronostico e a una logica di calcio più spumeggiante l’hanno compiuto in semifinale, al cospetto dei francesi, il cui tappo dello champagne è rimasto incastrato nelle maglie del solido centrocampo iberico, capace di dettar ritmi e di gestir palla, ricorrendo talvolta a maniere un po’ rudi, perché alla fine ci vogliono anche quelle per vincere un mondiale.
L’ultimo atto è stato invece un monologo, perché l’Argentina campione uscente ha fatto da spettatrice per 106 minuti, sognando l’approdo alla per molti famigerata ma per lei sovente amica sponda dei rigori.
Il delitto perfetto non si è compiuto perché Ferran Torres ha calciato forte e preciso dove nemmeno la classe e la feroce volontà di Emiliano “Dibu” Martinez potevano arrivare.
E così l’albiceleste ha d’improvviso realizzato che esistesse anche un’altra metà campo, quella dove si aggirava malinconico e incredibilmente inutile il più forte giocatore d’ogni epoca, o quantomeno il più vincente.
Troppo tardi, però, per riscrivere il copione. Un team che ha rinunciato a Dybala, Soulé e di fatto anche a Paz ha un po’ tradito il proprio dna. Troppo operaia, che paradosso, la squadra con “La Pulga”, che anche alle soglie dei 40 ha trascinato i suoi fino all’ultimo atto.
Questo beffarsi dell’anagrafe, questo imitare il calabrone che vola perché non sa di non essere in grado di farlo (l’espressione attribuita ad Einstein pare scientificamente scorretta ma ha un suo potere evocativo non contestabile) ha proiettato Messi a pochi centimetri dal secondo trionfo iridato.
Non sarebbe bastato a tacitare quelli che “Maradona era un’altra cosa”, ma avrebbe rappresentato l’ideale ciliegina sulla torta di una carriera senza pari.
È stato un mondiale in cui i più attesi hanno risposto presente: guardi la classifica dei bomber e ci trovi proprio quelli che dovevano esserci. In cima Mbappè, l’attuale giocatore guida del movimento calcistico, poi il citato Messi, sul terzo gradino il vichingo che segna in tutti i modi e ad ogni avversario, per l’anagrafe Haaland e accanto a lui Bellingham, croce e delizia d’Albione. Subito dietro ecco Keane, sguardo mesto da reverendo di campagna, ma piedi rapidi e cervello sopraffino: sei gol come Dembelè, delfino di monsieur Kylian e già pallone d’oro.
Fatto statistico insolito, tra i primi 6 non ci sono giocatori della squadra campione, ma appena dietro di loro c’è Oyarzabal, che comunque ha timbrato 5 cartellini alla fiera del gol.
In semifinale sono arrivate 4 squadre già presenti nell’albo d’oro, ma non le primissime della classifica all time: Brasile, Italia e Germania. Se noi abbiamo declinato l’invito in favore della piccola Bosnia, I verdeoro e i tedeschi al mondiale c’erano eccome.
Gli uomini di Ancelotti hanno pagato dazio in ottavi alle nuove frontiere del calcio, fermati dall’armata vichinga pur nel contesto di un match sostanzialmente equilibrato. L’ha decisa lui, il biondo gigante, armato dai suoi compagni dall’animo pirata e i polmoni d’acciaio. E i trionfi al ritmo di samba son rimasti 5.
A 4 vittorie, oltre alla nostra patria di dolore ostello era e resta anche la Germania, che ne ha fatti tanti al Curucao (alzino la mano i lettori che conoscevano l’esistenza di questa nazione prima della rassegna mondiale), ma poi ha conosciuto contro il Paraguay la prima sconfitta della sua storia ai calci di rigore. Nelle quattro precedenti occasioni non solo i tedeschi avevano sempre passato il turno, ma si erano dimostrati implacabili, fallendo un solo tiro con Stielike, contro la Francia. Le squadre capaci di issarsi sul trono mondiale restano 8 e di esse la sola Inghilterra ha vinto un solo titolo.
Dietro le citate Brasile (5), Italia e Germania (4), ci sono infatti con 3 successi Argentina e con 2 la Francia, l’Uruguay e la Spagna. Sette nazioni pertanto hanno vinto 22 delle 23 edizioni, a conferma di un calcio che allarga i propri confini ma poi è ancora saldo su valori tradizionali in termini di eccellenze asssolute.
Il mondiale a 48 dovrebbe forse salvaguardare la partecipazione di tutte le nobilissime, con tutto il rispetto per il Curucao, e tenere presente che l’Europa è saldamente il continente più qualitativo e pertanto dovrebbe conservare una presenza proporzionale. Viceversa l’allargamento da 32 a 48 è stato utilizzato dalla FIFA a beneficio di Africa, America e Asia, incrementando di soli due posti le presenze europee, senza alcun criterio di proporzionalità. Poi però ai quarti sono arrivate 6 europee, quasi a ricordare quali siano ancora le gerarchie tecnico tattiche del football.
Appuntamento al 2028, sperando di non dover “adottare” alcuno per via della quarta assenza. Buon lavoro a Pirlo e agli azzurri augurandoci che l’Italia ritorni quella capace di vincere 4 edizioni, di arrivare 2 volte seconda, una volta terza e una volta quarta. Eh sì, perché, nonostante i recenti e reiterati disastri, gli azzurri per ben 8 volte hanno chiuso il mondiale di calcio tra le prime quattro!
Roberto Mercaldo
