Era un ragazzo del 1969, Carlo Coletti. L’ultimo anno della vittoria dello scudetto della sua Fiorentina. Che aveva scelto, controcorrente, come squadra del suo cuore. Quel cuore che – una mattina di fine ottobre – gli è stato fatale, stavolta per sempre. Ci ha salutati improvvisamente Carletto “gliù rusce”, come ad Aquino era stato ribattezzato, un ragazzo perbene, solare e sempre disponibile.
A lui mi legano pochi ma significativi momenti. Quando ho appreso la notizia ho riavvolto il nastro. Ho subito pensato a quel Capodanno 2015 a Rimini quando con Mara, diventata mia moglie da pochi mesi, decidemmo di festeggiare in piazza Fellini, il salotto buono della città, l’arrivo del nuovo anno. Carlo lavorava lì, in un locale poco distante da quello spazio gremito di gente, pronta a brindare sulle note di Luca Carboni, l’atteso ospite di serata.
Lo aspettammo dopo il concerto all’uscita del locale, il tempo di un brindisi condito dalle solite, immancabili risate. Lo avevo sentito prima di Natale, il tempo di spiegargli che avevo intenzione di raggiungere la “sua” Romagna per l’ultimo dell’anno, che mi aveva già organizzato il week end riminese. “Ci penso io, mi disse al telefono, stai tranquillo, qui a Rimini conosco tutti”.
Rimini, in effetti, lo aveva adottato, lì si era trasferito molti anni fa per lavoro. Lavorava in cucina Carlo, era una chef apprezzato e stimato, poi il tempo libero lo dedicava agli amici e all’altra sua grande passione, il gioco delle freccette, dove era praticamente insuperabile. Il suo quartiere generale era il “Bounty”, storico locale del lungomare, dove si allenava e divertiva mitigando le fatiche del duro lavoro. “Lazià, quando mi torni a trovare”? mi fece davanti al bar “l’Arena” l’ultima volta che ci siamo visti, spalancandomi il suo solito sorrisone. Il destino, purtroppo, ha giocato d’anticipo. Ciao Carlè, fai buon viaggio e tifa la Viola da lassù…
