Versare Vincenzo D’Amico in una sola intervista è come ridurre il mare a una goccia d’acqua. A impedirlo, del resto, è il suo corposo curriculum con l’aquila sul petto: tre lustri inframmezzati solo dalla parentesi lampo di Torino. D’Amico, classe 1954, è la bandiera che non si ammaina, è stato (ed è) un’icona del mondo biancoceleste, testimone e interprete di tante Lazio, squadra a cui ha dato tutto e con cui, da bambino, sognava di giocare. A distanza di anni, il nome di quel ragazzo riccioluto venuto da Latina, che con il suo smisurato talento faceva impazzire le difese avversarie, suscita ancora brividi.
D’Amico fu svezzato da quel gruppo di matti guidato da Chinaglia, capace di vincere lo scudetto a cui lui – non ancora ventenne – diede il suo significativo contributo rompendo schemi e sovvertendo gerarchie. Poi gli anni bui riscattati dall’orgoglio di chi sente quella maglia come una seconda pelle, con la squadra a un passo dal baratro, scongiurato anche dalle sue prodezze (memorabile la sua tripletta al Varese che scacciò lo spettro della C).
Vincenzino ci ha lasciati il primo luglio del 2023, sconfitto da un brutto male. Chi scrive lo ha conosciuto qualche anno fa nella sua Latina, dove si presentava il libro di un suo omonimo, il giornalista e scrittore Vincenzo Cerracchio, autore di “Controstoria della Lazio”, di cui D’Amico era uno dei protagonisti. Mi colpirono subito la sua simpatia e umanità, virtù rare nel mondo di oggi.
La Lazio è stata un po’ la sua seconda casa: quali sono stati i momenti più importanti della sua lunga avventura in maglia biancoceleste?
“Ci vorrebbe un libro per menzionarli tutti. Alla Lazio, del resto, ho trascorso quindici anni e ho dei ricordi bellissimi, dallo scudetto fino alle sfide al cardiopalma per non retrocedere. Se proprio devo scegliere un momento, dico il mio esordio con l’aquila sul petto. Era il maggio del 1972, non ero ancora maggiorenne, e stavo per raggiungere con la Primavera lo stadio Flaminio quando un dirigente di allora mi comunicò, con mio sommo stupore, la convocazione in prima squadra. Il giorno successivo il grande Maestrelli mi fece partire dall’inizio: il mio nome figurava tra i titolari, un sogno che si avverava…”
Il suo curriculum annovera anche una stagione con la maglia del Toro: che ricordi ha di quella breve esperienza?
“Fu un anno molto bello, indossare la maglia di una società gloriosa come il Torino fu molto stimolante. La squadra granata mi spalancò anche le porte della Nazionale. Ebbi, inoltre, il grande onore di essere allenato da Ercole Rabitti, maestro e gentiluomo, persona d’altri tempi che mi ha insegnato molto. Una figura straordinaria che strideva non poco con il mondo del calcio, quello con la C maiuscola, per intenderci”.
Prima citava Maestrelli…
“L’uomo determinante. Riusciva ad accontentare sempre tutti, era il collante di quel gruppo. Senza Tommaso non avremmo mai vinto”.
E il suo primo gol in maglia biancoceleste?
“Avevo fatto già una decina di partite, ma non ero ancora riuscito ad andare in rete. Per me segnare non era importante, il mio compito era quello di ispirare i goleador della squadra: Chinaglia e Garlaschelli. Arrivò così quella domenica di fine gennaio del 1974, l’anno dello scudetto. Il solito Frustalupi, giocatore dotato di un’intelligenza tattica straordinaria, lanciò in profondità Chinaglia. Giorgio, con un tacco elegante, eluse l’uscita del portiere Buso e io dovetti solo spingere in rete il pallone nella porta sguarnita. Mi sembrava incredibile”.
Ha nominato i suoi colleghi di reparto: che giocatore è stato Garlaschelli?
“Un grande. Di lui si è sempre parlato troppo poco. Renzo ha dato un contributo straordinario a quella squadra. Era imprendibile, con le sue finte faceva letteralmente impazzire le difese avversarie”.
E Chinaglia?
“Viveva per il gol. Alla vigilia delle sfide era sempre molto nervoso, smanioso com’era di violare la porta avversaria. Una volta trovato il gol si tranquillizzava e diventava dolcissimo. Come effettivamente era”.
Che ricordo ha, invece, del presidente Lenzini?
“Un uomo molto generoso. Ha dato tanto, forse anche troppo, alla Lazio. Sono rimaste famose le sue scaramanzie. Come la partita a scopa con Maestrelli o quando scendeva negli spogliatoi, prima della partita, per calciare il rigore nel corridoio. Un rito che portava bene”.
Parliamo di derby...
“Ne ho giocati tanti, in alcuni ho lasciato il segno. Come quando feci una doppietta alla grande Roma di Falcão. Il pronostico ci vedeva sfavoriti ma facemmo una grande partita. Il derby non potrà mai essere una partita come le altre. È una sfida molto particolare, capace di regalarti emozioni uniche. Ai miei tempi c’era comunque molto rispetto, io ero amico di Conti, Pruzzo e Ancelotti. Lo sfottò era sano, finita la gara tornavamo amici come prima”.
Il giorno più bello da laziale?
“Quel Lazio – Foggia in un Olimpico meraviglioso. La giornata più bella della nostra vita. Emozioni fortissime che, quarant’anni dopo, ho provato nuovamente nello stesso stadio in occasione dell’evento “Di Padre in Figlio”.
Lei ha avuto modo di incrociare sia Pelè che Maradona: chi è stato il più grande?
“Difficile rispondere, è un giudizio molto soggettivo. Io ho avuto la fortuna di giocare contro entrambi: con Pelè, a metà degli anni Settanta, ai tempi dei Cosmos di Chinaglia, e con Maradona, un paio di volte, qualche anno più tardi. Due fenomeni veri del calcio mondiale, a parlare per loro sono i numeri. Talenti incredibili che probabilmente non rivedremo più. Ma l’idolo della mia gioventù è stato un altro grande argentino: Omar Sivori”.
Ha rimpianti?
“Se non mi fossi infortunato tanto, sarei stato il più forte di tutti. Scherzi a parte, un mio grande cruccio è quella banale incomprensione con Enzo Bearzot, che mi costò il posto in Nazionale. Il tecnico friulano fece altre scelte, peccato, in maglia azzurra avrei fatto bene”.
Quanto è cambiato il calcio rispetto ai suoi tempi?
“Il football è uno spaccato della nostra società. Tutto cambia, e il pallone non fa eccezione. Indubbiamente il calcio, rispetto alla mia epoca, ha conosciuto dei cambiamenti radicali sotto tanti punti di vista. La svolta si è registrata a metà degli anni Novanta con la famosa sentenza Bosman, spartiacque tra il calcio antico e moderno. Poi l’avvento delle tv a pagamento ha fatto il resto. Ai miei tempi gli incassi erano rappresentati solo dal botteghino, oggi, invece, la tv ha fagocitato tutto. Il cambiamento non ha poi risparmiato l’aspetto tecnico del calcio, sempre più votato alla velocità e alla forza fisica”.
Le piace ancora?
“Continuo a guardarlo, ma spesso mi annoio”.
Libero Marino
