Nelle discussioni sulla scuola e sui suoi problemi, si è inserito, di recente, il problema della rappresentanza di genere nell’insegnamento delle materie umanistiche. Il che, detto in altri termini, vuol dire che spesso si osserva, polemicamente, che, nei programmi di italiano, storia, filosofia ecc. si dà molto spazio a personalità di sesso maschile e poco ai loro omologhi femminili.
Ora, per affrontare adeguatamente la questione occorre chiedersi, un po’ provocatoriamente: è un problema? La risposta è: sì, è un problema. La storia letteraria e il cammino del pensiero sono costellati di voci di donne che è davvero un peccato lasciare sistematicamente ai margini. Ciò stabilito, però, bisogna riconoscere che quest’affermazione porta con sé molti più problemi di quanti non ne risolva. Perché, d’accordo, un buon modo per ovviare all’assenza di donne nei programmi scolastici è, come spesso si dice nei dibattiti social, parlarne. Ma a questo punto c’è da chiedersi: sono soltanto le donne a essere poste ai margini del canone dell’insegnamento scolastico?
Risposta: no. Non sono solo loro. Diversi anni fa, per esempio, il meridionalista Pino Aprile fece notare che, nelle Indicazioni Nazionali di allora, oltre agli intramontabili Verga e Pirandello, non c’erano quasi – o, forse, non c’erano proprio – autori del Mezzogiorno d’Italia. E che dire, poi, degli scrittori o dei filosofi caratterizzati dalla loro omosessualità? O dalla loro distanza dai grandi centri erogatori di cultura?
E attenzione: questo non è benaltrismo. Qui non si sta dicendo che, rispetto al problema della rappresentanza delle donne nei programmi scolastici, ce ne sono altri ben più grandi. Si sta dicendo, piuttosto, che, se si intende affrontare la questione ricorrendo a un criterio esclusivamente quantitativo – il metodo delle “quote rosa”, per capirci –, si risolve il problema dell’inclusione di una data categoria di autori, ma si determina inevitabilmente l’esclusione di altre categorie. Ci sarà sempre un “altro” che resta fuori, insomma.
Che fare, allora? Lasciare tutto com’è, certamente, non si può; ma il cambiamento non può passare solo attraverso una conta delle presenze femminili. La soluzione intermedia potrebbe essere quella dell’integrazione dei criteri: un incremento quantitativo, ove opportuno, di voci estranee all’androcentrismo del canone tradizionale; ma anche e soprattutto un modo diverso di affrontare gli argomenti, siano essi nuovi o vecchi.
Per spiegarmi, ricorrerò all’esempio di Gabriele D’Annunzio. Possiamo noi escluderlo dai programmi scolastici? Direi proprio di no, vista l’importanza enorme che il Vate di Pescara ha avuto nella storia della letteratura e anche della politica italiana del Novecento. Ma, ugualmente, possiamo considerare che il suo atteggiamento nei confronti delle donne è stato tutto meno che raccomandabile? Direi di sì. E direi che è anche un bene dirle agli studenti, queste cose.
Insomma: parlare di Matilde Serao e Sibilla Aleramo va benissimo e, anzi, bisognerebbe farlo più spesso. Ma anche parlare del maschilismo di un D’Annunzio (o di un Marinetti, giusto per fare un altro nome) può essere molto utile. Anche perché, così facendo, si insegnerà ai nostri ragazzi che il canone della tradizione non è una sfilata di busti marmorei da imitare, ma un insieme di valori storici incarnati da figure specifiche, che si fanno portatrici dei loro punti di forza ma anche dei loro tic e dei loro pregiudizi.
Tommaso Di Brango
