Tempo fa ho rivisto il duello televisivo tra Silvio Berlusconi e Achille Occhetto. Prescindendo da ogni considerazione politica, quel che emerge è un dato: all’epoca si parlava molto di programmi e prospettive che, in senso lato, potremmo definire “ideologiche”. Berlusconi, per dire, pur presentandosi come l’antitesi ai vecchi ideologismi di partito, faceva costante riferimento alla “rivoluzione liberale” come strumento per modernizzare un Paese vecchio e statalista. Ma anche Occhetto, in fondo. Perché, sì, dopo la svolta della Bolognina doveva presentarsi come il leader post-ideologico e pragmatico, ma alla fin fine aveva comunque bisogno di delineare un campo di gioco culturale: cosa erano diventati i post-comunisti, visto che non erano più comunisti?
Insomma: nel 1994 le macerie del Muro di Berlino non erano state ancora rimosse e si viveva ancora mossi dall’idea che la realtà, da sola, non sia in grado di parlare e abbia bisogno, per acquisire un significato, della prospettiva di chi la osserva. Era un atteggiamento figlio dell’idealismo che, almeno da Hans-Georg Gadamer in poi, aveva preso il nome di “ermeneutica” e che, come acutamente osservava Gianni Vattimo, era diventata la “koinè” filosofica degli anni Ottanta.
Già due anni dopo, nel dibattito televisivo tra Prodi e Berlusconi, le cose, però, erano cambiate. Lì il Professore osservò che, per non essere accusato di manipolare la stampa, il suo interlocutore aveva ceduto la proprietà del “Giornale” montanelliano a suo fratello; Gianfranco Fini ricordò i fallimenti prodiani alla guida dell’IRI e cose simili. Alla prospettiva ideologica cominciava a subentrare il dis-velamento – per rimanere in terra heideggeriana – dell’altrui retrobottega, ovvero il culto del dato e dell’informazione.
Poi ci saranno i faccia-a-faccia del 2006, coi tempi contingentati e la battuta berlusconiana sull’abolizione dell’ICI come ultimo residuo di una “rivoluzione liberale” che, si era ormai capito, non ci sarebbe stata. Infine, c’è stato, qualche anno fa, il dibattito Renzi-Salvini, coi due leader che si accusavano di essere salottieri o girasagre ma che, in ogni caso, amavano ripetere quasi ossessivamente il mantra “a me piacciono i numeri”, “andiamo a guardare i dati”. Basta progetti, prospettive e ideologie: mettiamo mano al debunking. E io non lo so se Renzi e Salvini sono consapevoli di quello che sto per dire, ma in quel dibattito ho visto la consacrazione del New Realism tenuto a battesimo, in Italia, da Maurizio Ferraris.
Ora, prima di procedere nel discorso, bisogna mettere un po’ le mani avanti: è chiaro che dinamiche del genere trovano la loro prima spiegazione sul terreno della sociologia e non su quello della filosofia. Berlusconi e Occhetto, per dire, non pensavano a Gadamer e Vattimo quando parlavano di rivoluzioni liberali e allegre macchine da guerra. Né sarebbe sensato ipotizzare – Dio ce ne scampi! – che Renzi e Salvini abbiano dibattuto alla presenza di Bruno Vespa pensando alla distinzione ferrarisiana tra “fatti naturali” e “fatti sociali”.
È molto più logico ritenere, piuttosto, che il passaggio dalla prospettiva di ampio respiro del 1994 al “mi piacciono i numeri” di pochi anni fa sia figlio della Seconda Repubblica. Il frutto, cioè, delle delusioni prodotte dalla politica – l’antipolitica, sennò, che c’è stata a fare? – e del bisogno, da parte della nuova classe dirigente, di esibire garanzie più o meno attendibili circa la credibilità e la concretezza delle proprie proposte.
Però c’è un però. Perché se è vero, come scriveva Hegel, che la filosofia è il proprio tempo appreso nel pensiero, è anche evidente che le riflessioni dell’ermeneutica e quelle del New Realism sono, in fondo, l’elaborazione concettuale di tendenze sociali di cui la politica è sintomo e concausa.
Ciò stabilito, tuttavia, dobbiamo considerare un dato che molti hanno sottovalutato: Maurizio Ferraris non è affatto estraneo alla storia del postmodernismo. Anzi. È stato allievo di Vattimo e ha preso parte con un valente saggio all’ormai celeberrima antologia dedicata, nel 1983, al “Pensiero debole”. Il suo realismo, dunque, non è semplicemente l’opposto dell’ermeneutica, ma è una reazione ai suoi eccessi e una presa d’atto dei suoi fallimenti. Un po’ come Renzi e Salvini, nati entrambi – e soprattutto il primo – come “rottamatori” di una Seconda Repubblica da cui, pure, hanno ereditato la predilezione per le leadership carismatiche e la spinta almeno teoricamente riformista.
Ma in cosa consistono, in concreto, questi eccessi e fallimenti? La diagnosi fornita da Ferraris è inequivocabile: sono obiettivi mancati sul terreno della prassi, ovvero su un terreno che possiamo legittimamente definire etico-politico. Un’accusa radicale, se ci si pensa. Il pensiero debole vattimiano, infatti, non nasceva come proposta teoretica più solida delle vecchie metafisiche “forti”, ma si presentava, piuttosto, come una prospettiva in grado di promuovere spazi di libertà, emancipazione e pacificazione che i suoi predecessori avevano più o meno violentemente interdetto. Se la diagnosi di Ferraris è corretta – ovvero se il pensiero debole non ha saputo generare quegli spazi –, ci troviamo davanti alla certificazione del fallimento dell’ermeneutica.
Ed è vero che l’ermeneutica ha fallito? La risposta, purtroppo, non può che essere affermativa. Viviamo in un mondo di guerre e tensioni, di rinnovate polarizzazioni favorite dalla Rete, di violenze verbali e fisiche, di progressive restrizioni degli spazi di libertà e di rinnovati timori intorno a possibili rinascite di spettri fascistoidi. Quindi, sì: l’ermeneutica non è stata in grado di produrre quel che prometteva, un po’ come la Seconda Repubblica, in Italia, non ha prodotto le auspicate riforme. Ma dove le prospettive gadameriane e vattimiane si sono arenate, potrà il New Realism riuscire?
Ferraris, com’è naturale, risponde in modo affermativo. Il nuovo realismo, centrando la sua attenzione sull’inemendabilità del dato reale, ritiene che con questa mossa sia possibile frenare le angherie del potere e la demagogia dei politici: se tutto è (ermeneuticamente) interpretazione, l’unico criterio di verità diventa la forza dell’interprete, capace di imporre la propria narrazione a scapito di altre, ugualmente legittime; se non tutto è interpretazione, la forza dell’interprete verrà inevitabilmente bloccata dal dato di realtà. Per fare un esempio: laddove tutto è interpretazione, il potere ha buon gioco a spacciare le sue narrazioni per verità; se c’è una realtà da cui non si può prescindere, si ha anche un criterio oggettivo per capire se una narrazione è attendibile o meno, a prescindere da chi la propone.
L’asino, però, secondo me, casca nel momento in cui Ferraris afferma la superiorità del realismo sul terreno della prassi, ovvero sullo stesso terreno d’elezione del pensiero debole. Se l’obiettivo del pensiero è prendere atto della realtà per quel che è, infatti, non ha senso dire che il criterio di validazione di questa presa d’atto sia la sua funzionalità alle nostre esigenze pratiche. Quest’idea, d’altronde, non è mai stata estranea nemmeno al pensiero debole. Vattimo non ha mai gettato a mare l’idea che la verità sia corrispondenza tra l’intelletto umano e il dato di realtà; ha semplicemente osservato che, prima di quella corrispondenza, conta la forza emancipativa del pensiero.
Ed è, forse, proprio questo quel che oggi manca: una prospettiva capace di dare una direzione ai nostri dati. Perché capire come le cose stanno va bene. Ma sapere cosa vogliamo farcene, probabilmente, è meglio.
Tommaso Di Brango
