Nella scuola italiana, si parla spesso dell’importanza del latino. L’esito di queste conversazioni, di solito, non è dei migliori: nella maggior parte dei casi finiscono per essere rassicurazioni vicendevoli sulle convinzioni pregresse degli interlocutori (della serie: “certo, il latino è fondamentale!” o, per contro, “certo, il latino non serve a niente!”) e, quando ciò non accade, si arriva al litigio. In questa sede, cercherò di sostenere una tesi ben precisa: in un Paese come il nostro, il latino è importante ma non fondamentale. Il che, di fatto, è come dire che se lo si studia si fa una cosa buona, ma se non lo si studia non ci si preclude possibilità cognitive “superiori”.
Nelle summenzionate discussioni, si sente spesso dire che lo studio del latino sviluppa lo spirito critico degli studenti o che, addirittura, permette loro di imparare a studiare. Affermazioni che, prima ancora di essere vere o false – e alla fine della fiera, come vedremo, sono false -, pongono dei problemi relativi alla logica stessa del sistema formativo del nostro Paese. Se fosse vero, infatti, che tradurre Cesare e Virgilio permette di sviluppare un’attitudine fondamentale come lo spirito critico, perché si dovrebbe tollerare e, anzi, validare l’esistenza di indirizzi di studi che non contemplano un insegnamento del genere? E ancora: se il latino fosse davvero la disciplina che insegna ai ragazzi a studiare, perché non insegnarla a tutti?
La risposta a queste domande non può che essere, a me pare, una: perché non tutte le scuole, in Italia, sono pensate per far sì che i ragazzi studino e sviluppino spirito critico. Ma è una risposta accettabile? Direi di no. Direi, anzi, che è una risposta assolutamente inaccettabile, specie se crediamo nei valori della democrazia e alla funzione che al suo interno esercita l’istruzione pubblica. Ipotizzare che esistano studenti che devono far funzionare il cervello e altri che possono farne a meno, infatti, vorrebbe dire che si dà per scontato che, nella vita associata del domani, ci sarà un’élite di persone consapevoli e informate contrapposte a una massa bruta di imbecilli o semi-analfabeti.
E ripeto: molti potrebbero anche rispondere che sì, la società è inevitabilmente strutturata a partire da una simile bipartizione. Ma quei molti dovrebbero sapere che, nel dire questo, stanno facendo proprio il punto di vista della Riforma Gentile, datata 1923 e da Mussolini definita “la più fascista delle riforme”. Contenti loro. D’altro canto, entrando un po’ più scientificamente nel merito della faccenda, è ormai acclarato che non è vero che il latino aiuta a sviluppare lo spirito critico e la capacità di studiare con profitto. Perlomeno: non lo fa più di quanto lo facciano discipline come la matematica, il coding o lo studio della lingua tedesca.
L’idea della fondamentalità del latino, insomma, nasce da un bias culturale: quello secondo cui le classi dirigenti italiane sono uscite dal Liceo Classico. Ora, volendo fare una battuta, potremmo dire che l’antipolitica e gli elevati tassi di astensionismo elettorale dovrebbero essere le prime e più importanti prove del fatto che quell’istituto non ha svolto un gran servizio al nostro Paese – ma, appunto, si tratta di una battuta che come tale va presa. Più seriamente, bisognerebbe invertire il rapporto di causa-effetto tra studi classici e carriera nel nostro Paese. Non è infatti vero che è chi studia le lingue classiche a fare strada.
E’ vero, casomai, il contrario: chi fa strada, studia le lingue classiche. Cioè: non è confrontandosi con Lucrezio e Cicerone che si apprendono le competenze fondamentali per affermarsi in società. Casomai, è statisticamente vero che chi, per condizione familiare, socio-culturale ecc., ha già in partenza tutti gli strumenti per far carriera, finisce frequentemente per studiare lingue classiche a causa del pregiudizio culturale secondo cui questi percorsi formativi sarebbero migliori e più prestigiosi.
Tutto ciò stabilito, bisogna evitare di pensare che il latino non serva a nulla. Non è vero, infatti, che il latino non serve a niente, specie quando si vive in un Paese che, grazie ai resti della classicità greco-romana, potrebbe campare di rendita. Quel che tuttavia occorre capire è proprio questo: che il latino – e anche il greco – non è un blasone da esibire, ma uno strumento da impiegare dove serve e nella misura in cui serve. Per intenderci, ipotizziamo il ritrovamento di un anfiteatro romano.
Sarà necessario qualcuno che conosca a un livello avanzato la lingua latina per decifrarne le iscrizioni? Sarà indispensabile confrontarsi con storici dell’età classica e archeologi specializzati in antichistica per comprenderne adeguatamente caratteristiche e storia? Direi proprio di sì. E direi anche che una simile operazione di decodifica non la si può fare applicando cognizioni più o meno raccattate sul posto (il metodo della ricerca su Google, per capirci), ma solo avendo una lunga e approfondita frequentazione della lingua e della cultura classiche. Quindi, sì, lo studio delle lingue antiche serve eccome. Non come esibizione di un’appartenenza alle caste di una qualche provincia, ma come strumento di intervento sul mondo.
Tommaso Di Brango
