Da un po’ di anni, in Rete, circola un video in cui Umberto Galimberti dice che bisognerebbe smettere di leggere I promessi sposi a scuola. Tesi, per la verità, non originalissima e nemmeno troppo coraggiosa, ma in fin dei conti utile a strappare l’applauso facile: tutti – o quasi –, infatti, odiano Renzo e, soprattutto, Lucia. Anche i professori. Ma perché, secondo Galimberti, si dovrebbe? Non per la qualità letteraria, che a dire del celebre saggista è eccellente. Piuttosto, bisognerebbe togliere di mezzo il capolavoro manzoniano perché manda un messaggio pericoloso. «Non puoi dare a un ragazzo», dice Galimberti, «il messaggio che quello che conta nella storia lo fa la Provvidenza e tu non conti un tubo». Punto e a capo, per dirla come spesso ama fare lui.
Andando a capo, però, il discorso si riapre, perché i libri pericolosi sono sempre stati oggetto di censura, in effetti. E per carità: Galimberti non sta invocando la reintroduzione dell’Indice dei Libri Proibiti, né sta dicendo che I promessi sposi dovrebbe finirci dentro. Però, ecco, sta sostenendo che una lettura che lui stesso dichiara eccellente andrebbe limitata o ridotta – il che, nella pratica didattica odierna, vorrebbe dire quasi sicuramente cancellata – per via del messaggio problematico, disturbante, non rassicurante che offre. Ma cosa c’è di poco rassicurante, nei Promessi sposi? E soprattutto: chi non si sente rassicurato da quel romanzo? Per rispondere a questa domanda senza sparare sentenze prive di riscontro nei testi, sarà il caso di ripercorrere qualche passo del libro.
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Prendiamo il caso di Gertrude, la monaca di Monza. Da quand’è piccola, il Principe Padre l’ha abituata a giocare con bambole a forma di monaca e tutti, in famiglia, le hanno detto che, da grande, diventerà proprio una «bella badessa». Un comportamento che, senza troppe difficoltà, uno psicologo di grido come Galimberti potrebbe definire «manipolatorio», ovvero volto a trattare l’altro – nel caso di specie: la povera Gertrude – come un oggetto privo di volontà propria e non come un soggetto libero. E, ancora, un critico del costume acuto come lui non avrà problemi a riconoscere che questi comportamenti avvengono in famiglia, ovvero nel luogo in cui, secondo le ataviche ipocrisie borghesi e piccolo-borghesi di cui spesso Manzoni è stato (quanto giustamente?) accusato, si dovrebbe respirare l’atmosfera di pace e amore degli spot del Mulino Bianco.
Così, questa povera bambina si convince che essere badessa sia il massimo a cui si può aspirare nella vita. Il Principe Padre è ben felice, perché così potrà onorare la legge del maggiorascato e dare alla sua famiglia il prestigio sociale che deriva dall’avere, nel parentado stretto, una figura importante nel mondo ecclesiastico. Ma qui la macchinazione (una Machenschaft heideggeriana?) rischia di incepparsi. Perché un giorno, parlando con alcune compagne di collegio, Gertrude si vanta del fatto che un giorno sarà badessa. È una brava figlia dell’aristocrazia lombarda: questo genere di vanterie fa parte del suo DNA sociale da quand’è piccola. Il problema, però, è che le sue compagne, di fronte a quelle parole, fanno spallucce. Loro vogliono sposarsi e avere figli: buon per lei se diventerà badessa. Ma come?, si chiede la piccola. Guidare un convento non è la massima ambizione possibile? La cosa più invidiabile che c’è?
No, non lo è. Perché altre persone ambiscono ad altre cose. Ma anche – e soprattutto – perché la vita non è questione di ambizioni sociali realizzate. La vita è, piuttosto, questione di realizzare ciò che sta scritto nella tua vocazione. Se vogliamo: nel tuo destino. E qui ce lo vedo, il Galimberti che salta sulla sedia: ecco! Per Manzoni il destino è qualcosa che ti viene imposto dalla Provvidenza, di fronte al quale tu sei passivo! L’identità – per citare un altro suo must – è un «dono sociale»: non un dono di Dio. Ma se le cose stanno così, ha ragione il Principe Padre: fatti monaca, cara Gertrude, perché io, che sono tuo padre e ti voglio bene, ho deciso così. E ancora: fatti monaca, cara Gertrude, perché hai addosso gli occhi dell’intera società “bene” della Lombardia, che si aspetta che tu sia adeguata al ruolo che ti ha assegnato in quel gigantesco teatro di rappresentazione che, ai suoi occhi, è la vita sociale («Tutti quegli occhi addosso alla poveretta l’obbligavano a studiar continuamente il suo contegno»). La tua identità è un dono sociale: l’ha detto Umberto Galimberti. Mica Alessandro Manzoni.
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Proviamo, adesso, a prendere la frase di Manzoni appena citata e a collocarla nella scuola attuale. Non è la sua descrizione esatta? Cioè: non è la descrizione precisa, puntuale, accurata di un’agenzia educativa che deve «corrispondere agli occhi» di famiglie e ragazzi che hanno smesso di essere famiglie e ragazzi per trasformarsi in utenti, ovvero fruitori di un servizio che dovranno essere stimolati a scegliere? Ma se la scuola è questo, come potrà essere credibile nel parlare di libertà agli studenti? Se siamo noi docenti, coi nostri Open Day e comitati per l’Orientamento, a essere le Gertrudi del post-moderno, come faremo a dire, ai nostri ragazzi, di essere sé stessi a prescindere dalle aspettaive altrui? Allora sì, Galimberti ha ragione: I promessi sposi è un romanzo pericoloso, ma pericoloso per una società di cui lui è tra i massimi cantori e apologeti. E qui ce li vedo, i galimbertiani della Rete, dire che sto straparlando, che quella di Galimberti è una critica implacabile alla civiltà della tecnica, che lui denuncia con orrore la disumanizzazione tecno-capitalistica e via lamentando. Ma non è vero.
O meglio: è vero nella misura in cui la critica galimbertiana ci dice che la società di cui siamo abitatori – così mettiamo pure un po’ di lessico severiniano, che di questi tempi è molto cool – è terribile ma priva di vie d’uscita. Noi non siamo più uomini, dice Galimberti: siamo «funzionari dell’apparato tecnico» e la filosofia serve a saperlo. Il che è come dire: critichiamo questa società, ma non ci facciamo nemmeno sfiorare dall’idea di poterla cambiare. In fondo, siamo quel che siamo anche grazie all’apparato tecnico. L’identità, torno a dire, è un dono sociale. Mica un dono di Dio.
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Come sappiamo, Gertrude alla fine diventerà monaca pur avendo capito che non era quella la sua vera vocazione. «La sventurata rispose», dice la voce narrante dei Promessi sposi: «sventurata» non solo perché le è capitato in sorte di vivere in una famiglia disfunzionale (si dice così, Galimberti?), ma anche perché non ha avuto la forza di opporsi e far valere la sua libertà di dire di no. Quella libertà che ha avuto il San Francesco di Dante, che «coram patre» si unì pubblicamente in matrimonio a Madonna Povertà e, per questo, poté rivolgersi «regalmente» – senza vergogna e senza abbassare lo sguardo: con fare da re – addirittura a Papa Innocenzo III. Perché la libertà comporta il coraggio di una responsabilità: non l’adesione ai modelli forniti dal mondo che ci circonda. Foss’anche la nostra famiglia.
Ma dico di più: in questa prospettiva, la libertà è scandalo, ovvero forza d’animo nell’essere pietre d’inciampo nella progettualità altrui. Ce lo ricordiamo Jean-Paul Sartre? Quello dell’«inferno sono gli altri»? Ecco: gli altri sono un inferno proprio perché tutti noi tendiamo a farli rientrare nei nostri disegni di vita, nei nostri progetti. Insomma: a trasformarli nei suppellettili e soprammobili della nostra esistenza. Ma le cose non stanno così: non per gli altri e nemmeno per noi. Così, quando qualcuno si prende il diritto di essere libero – di non essere suppellettile o soprammobile –, deve sapere che susciterà scandalo. Nel mio piccolo, lo dico sempre ai miei alunni: quando farete le scelte decisive della vostra vita, non aspettatevi applausi. Aspettatevi, piuttosto, che chi avrete intorno si scandalizzerà, perché starete venendo meno a una sua aspettativa. La libertà è scandalo. Non è un dono sociale. E a scuola, queste cose, bisognerebbe insegnarle.
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Ma lasciamo stare Galimberti e il galimbertismo nostrano e chiediamoci: come si sposa la Provvidenza con una scuola che, grazie a Dio, è laica? Risposta: insegnando ai ragazzi che non è necessario essere Manzoni per apprezzare Manzoni. Il che è anche un ottimo esercizio dialogico: si può amare l’altro senza, necessariamente, essere sue appendici o copie conformi. In pratica: Manzoni trova nella Provvidenza il presidio della nostra libertà. Proprio perché dobbiamo – ma, quindi, possiamo anche non – obbedire a Dio, non dobbiamo sottometterci a nessun altro. Noi dobbiamo credere in Dio per avere un ideale che ci renda liberi? No, o almeno non necessariamente. Chi riterrà, crederà. Chi non riterrà, crederà in qualcos’altro. L’importante è credere in qualcosa che non sia la resa al conformismo sociale.
Ce lo ricordiamo Il mio nome è Nessuno? Gran film, grande Terence Hill, grande Henry Fonda. Lì si dicevano cose più profonde di quelle di Umberto Galimberti. Si diceva, per esempio, che si può essere «giovani di anni, ma vecchi di ore», se si vive intensamente e “scandalosamente”. Ma si diceva pure che «un uomo che è un uomo deve pur credere in qualcosa».
Tommaso Di Brango
