Étienne de La Boétie è, per usare un’espressione un po’ abusata, autore di un libro soltanto. Non perché ne abbia scritto davvero uno – la sua non lunga vita l’ha visto autore di almeno sei o sette opere variamente ispirate al mondo classico –, ma perché, tra le cose da lui messe nero su bianco, l’unica a restare davvero nella memoria dei posteri è il Discorso sulla servitù volontaria. E meno male, dico io, che questo libro resta nei nostri ricordi e nei ricordi della tradizione culturale dei moderni! In quelle righe, infatti, è possibile trovare condensata una verità che tutti, spesso, continuiamo ancora oggi – e, anzi, oggi forse anche più di ieri – a dimenticare: la verità secondo cui il potere non è inamovibile e, se tale ci appare, il problema è tutto interno alla nostra coscienza.
Per capirci su quest’idea, si possono fare esempi tratti dal mondo del lavoro. Chi è, infatti, che dà potere ai direttori di fabbrica, ai dirigenti scolastici e, in generale, a coloro che risultano in grado di decidere la linea per tutti anche quando i tutti, quella linea, proprio non la digeriscono? La risposta che solitamente si offre a questa domanda è: il sistema, che è un po’ come dire che il destino ha deciso al posto nostro. Tuttavia, a ben guardare, secondo La Boétie, il sistema esiste nella misura in cui noi gli prestiamo le nostre braccia e i nostri cervelli. Se noi smettessimo di mettergli a disposizione queste risorse, il sistema sarebbe, semplicemente, impotente: «Da dove [il potere] ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi!».
Queste parole echeggeranno nella storia del pensiero e della politica occidentali, da Jean-Paul Marat a Simone Weil passando per Max Stirner. Tuttavia, oggi come oggi, il nichilismo passivo dei lavoratori – che si traduce operativamente nella tendenza generalizzata a preferire il quieto vivere alla lotta per i diritti – fa sì che ci sia ancora bisogno di ricordarle e renderle motore, ove necessario, di una prassi improntata a una pacifica ma determinata disobbedienza civile.
Naturalmente, per essere compreso in modo storicamente accurato, questo discorso va calato nel contesto della Francia cinquecentesca, ovvero in un mondo ben più dispotico e oppressivo di quello in cui viviamo noi cittadini delle moderne democrazie liberali. Cionondimeno, questa consapevolezza non deve farci perdere di vista il fatto che libertà e diritti non sono acquisizioni eterne: che il potere non ha mai perso le sue mire egemoniche e che, quindi, ogni conquista può essere sempre rimessa in discussione. Per evitare che ciò accada, dunque, un libro come il Discours di La Boétie resta, ancora oggi, un piccolo toccasana.
Tommaso Di Brango
